Giovedì 16 Settembre 2021 | 13:17

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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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Quei cari banditori, altro che fake news

Antonio De Curtis in arte Totò

«Ha menato il bando» bofonchiava l’arguzia popolare quando un tale, un quidam de populo non riusciva a mantenere segreta una faccenda e, traccheggiando per nasconderla, otteneva l’effetto opposto di palesarla al villaggio non ancora globale che non annovera più né bandi né banditori. E questo nuovo villaggio grintoso, sordido, ridondante, inquieto non ispira poesia, neanche di sabato. Nei paesi del sud sono sopravvissuti fino agli anni Cinquanta con la loro dignitosa utilità, i banditori. Totò dipinse un acquerello memorabile del Pazzariello nel film L’oro di Napoli.

«Attenzione! battaglione! È uscito pazzo il padrone» proclamava. Le rime rispondevano alla prosodia allocutoria del proclama che conservava, sbrindellate, le coloriture dispotiche delle antiche gride, ma senza la minacciosa grinta sanzionatoria. Era la comunicazione collettiva di un tempo in cui non esistevano media (pronunciatelo così, in latino, con la e, non «midia», vi prego,) di massa e i giornali erano una rarità fruita da scapestrati intellettuali o da preti. Quanto ai manifesti, era già tanto che il popolo s’incantasse davanti agli avvisi della festa patronale.

Qualche affiche compariva per annunziare il teatro girovago o il varieté, oppure la disponibilità su piazza di un esperto rappresentante di commercio che esitava, nel mercanteggiare periodico in paese, cinti erniari. La scritta «ernia» sui manifesti era arabescata con caratteri ornati come se si fosse trattato di un artista del canto. 

Il resto della comunicazione era affidato ad annunci ufficiali recati dal banditore che, diligentemente, li divideva: quelli ufficiali e podestarili o governativi erano preceduti dal rullio del tamburo, quelli commerciali, come dire gli spot pubblicitari, dal suono della trombetta, talora accompagnata dalla perentoria tromba racimolata dalla banda del paese per «avvertire il pubblico» e quelli religiosi da un campanello. Una disciplina preziosa. L’annuncio, per esempio, della chiamata alle armi d’una classe arrivava in tutta la nazione per il tramite del banditore. Mio nonno mi raccontò dello sgomento che prese la cittadinanza quando il banditore, credo un «mest Cicc» provetto, dovette avvertire che la Patria chiamava alle armi la classe ’99 a difendere il Piave, il Carso il Monte Grappa. Nel silenzio atterrito di mamme e sorelle s’udì, nel vicolo, la mesta conclusione dopo la perentoria notizia. «Mest Cicc» si lasciò sfuggire un «poveri figli» non protocollare.

La Storia custodita negli scaffali, certo, non conserva né l’episodio né l’esclamazione, ma io li considero lancinanti come Niente di nuovo sul fronte occidentale. Libro e film.

Ho ascoltato, da bambino, il banditore della mia Bitonto annunciare feste dell’Immacolata o avvertire il popolo del passaggio fortunoso del callista nella piazza del mercato, vendite di olive, avanspettacoli, tridui a San Pasquale, balzelli e sanzioni, intasamenti di fogne, sospensioni dell’erogazione idrica. Precisamente avvertiva che l’acqua se ne sarebbe «andata» al tramonto e sarebbe «tornata» al mattino. Quest’andare e tornare dell’acqua mi sembravano verbi da cosmogonie popolari e paesane, comunque poetici. Finita l’allocuzione, Ciccio il banditore rullava sul tamburo e s’avviava svelto con passo danzante, a cercarsi un altro angolo di strade per ricominciare la famigliare allocuzione con il rassicurante «S’avverte il popolo» mentre la generosa politica di tanto tempo fa, precisava: «S’avvertono i popoli».

Da molto tempo bandi, banditori e socialismo internazionalista sono nel museo d’ombre dei ricordi e delle tradizioni memorabili: con l’affermarsi di una sequela di conquiste del progresso hanno perso la funzione. La scuola di massa li ha resi superflui e patetici, giornali, radio e televisione annunciano, raccontano, avvertono, consigliano, impongono, divagano, intrattengono e sostengono, minacciano, sospettano, ciarlano, chiacchierano, allarmano, insinuano, pettegolano, informano perfino e pubblicano. E rapidamente, efficacemente, tempestivamente.

I muri delle città, reali, oggi, non sono più tappezzati di una fiumana di manifesti in cui annegavano malinconicamente le poche notizie veramente importanti. E sono venuti a mancare anche gli album delle grottesche iconostasi dei candidati alle elezioni, la parata di volti e slogan che avevano un effetto paesaggistico malinconico, quando non controproducente. Un mondo tramontato sotto la tempesta della nuova comunicazione.

I lembi dei manifesti, ad elezioni compiute, accartocciati dalle intemperie penzolavano inerti e malinconici comunicando una sola, vera notizia: che le elezioni erano state fatte. Rarissime le affissioni di ringraziamento dei successi elettorali su quei muri sbrindellati.

Ma l’alluvione dei dati, delle notizie dei dati, dalle falsità trasformate in avvisi, degli avvisi ribolliti sotto forma di notizie che si moltiplicano in dati, non ha bisogno né timore di muri né di mura. Questi sono virtuali e complici del marasma. Il marasma è alluvionale e il vocio si arrampica, s’insinua, striscia, invade e pervade sui rami delle nuove tecnologie, nei loro meandri, oltre i confini della timorosa prudenza che, un tempo, era suggerita dall’altra prudenza: quella della logica sapienziale.
Il Web! La parola è un clamore che annichilisce suoni e armonie, se usato in una ludica gigantesca orgia.

Ma può essere anche una risorsa portentosa, un sistema che può assicurare l’informazione e la diffusione della cultura e del suo affondare le radici nel giacimento dei saperi condivisi, a condizione che si sottometta al controllo delle leggi e della legge apposita che andrebbe elaborata in armonia da tutti i paesi e i popoli. Tutto questo mondo immane che racchiude nei suoi confini spropositati l’informazione di tutti i generi deve essere regolamentato.

Sarebbe la via maestra per far tacere i seminatori di menzogne, i ciarlatani che delinquono nell’immane piazza mediatica, i brusii pulviscolari di miriadi di teppisti dei vicoli del web. Nella via maestra, nelle piazze, nei vicoli deve ritornare la pacifica e utilissima voce dei banditori. Informatici, ma riconosciuti e riconoscibili. Mandiamo un bando. 

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