Venerdì 23 Luglio 2021 | 18:05

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L’illusione di un governo di allineati e coperti, tutti ammutoliti nella pancia della nave Draghi, sta appassendo sotto il torrido caldo estivo. E d’altronde c’era da aspettarselo con una maggioranza che etichettare «arcobaleno» sarebbe forse azzeccato, visto il periodo. O magari no.

Ma insomma quell’asterisco a fine parola che piace tanto ai radical chic ci potrebbe star bene per definire un esecutivo che non è di destra né di sinistra, né tecnico né politico. Né maschio né femmina. È un Govern*, una specie di Lgbtqia+ applicato alla politica dai confini liquidi.

E siccome lo spirito dei tempi, come si sarebbe detto anni addietro, è un perenne inchino alla libertà individuale, proviamo a seguirli gli individui che - privi di amore per mare, montagna e città d’arte - si segnalano per il loro febbrile attivismo, nemmeno fossimo in pieno novembre.
Uno è certamente Matteo Renzi, leader post-ideologico, capace come nessuno di sparigliare il gioco altrui. L’asse con la Lega è ormai una realtà a tutto campo, dal ddl Zan al reddito di cittadinanza al referendum sulla giustizia, fino alla madre di tutte le partite, quella con vista sul Quirinale. È, in fondo, una tentativo di conquistare un’autonomia dopo che la premiata ditta Conte&Letta - due che sono «stati sereni» loro malgrado - gli ha sbarrato porte e spazi di manovra nella coalizione progressista. Un aggancio al centrodestra, nel nome del sempre santo (e tanto italico) «portare a casa il risultato», permetterebbe all’ex premier di contare, garantendo ai conservatori i numeri e a se stesso l’agognata voce in capitolo. Un altro piccolo capolavoro di strategia tattica.

Molto meno strategico e piuttosto suicida è invece il cammino fin qui condotto dal Movimento 5 Stelle sulla via della stagione contiana: l’un contro l’altro armati in un fiorire di accuse, attacchi e veleni. Poi, il colpo di scena con l’accordo Conte-Grillo, sventolato ieri dopo l’assemblea dei Gruppi, un incontro campale organizzato in fretta e furia nel giorno più improbabile dell’estate. Cosa ci suggerisce questa fuga in avanti? Innanzitutto che i 5 Stelle odiano i giornalisti, costretti a star dietro alle loro mattane mentre qui si fa la storia con la «W» maiuscola (Wimbledon&Wembley). Secondo, che gli ex outsider della politica non sono poi così sprovveduti. Regolare i conti interni mentre gli occhi di tutti sono puntati altrove denota una certa arguzia democristiana. Anche perché l’esito dell’incontro era imprevedibile alla vigilia, tragicamente sospeso tra una mattanza in stile notte dei lunghi coltelli e una ragionata ricucitura in nome del bene collettivo. Ha prevalso, a quanto pare, la seconda ipotesi, premiando così il lungo lavoro di mediazione di chi, come il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, si era adoperato fin da subito per evitare un incomprensibile suicidio di massa. La solidità dell’accordo è naturalmente tutta da dimostrare. Buona la prima per i flash, vedremo la seconda e la terza.

Di certo chi, al momento, può tirare un sospiro di sollievo è il segretario dem Enrico Letta, aggrappato al Movimento 5 Stelle - possibilmente unito - per garantire al centrosinistra quella traballante egemonia in Aula che, diversamente, passerebbe definitivamente nelle mani di centrodestra e renziani, qualora questi due ultimi blocchi convolassero a nozze nella più classica delle «fuitine». Un gioco di alambicchi politici, insomma, che avrà nel reddito di cittadinanza il prossimo, probabile terreno di scontro anche se un eventuale affondo congiunto di Renzi e Salvini potrebbe finire per compattare, stavolta definitivamente, il Movimento, magari rilanciando anche l’intesa col Pd. Un autogol, forse, più che un colpo di grazia. Si vedrà. Nel Govern* senza colore in cui se ne vedono di tutti i colori punti fermi non esistono. Se non a Palazzo Chigi.

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