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In Puglia e Basilicata

il punto

Il patriottismo «dolce» e l’amara odissea di due pugliesi

«Marò, ci sono presupposti per il rientro di Girone in Italia»

Massimiliano Latorre (a sinistra) e Salvatore Girone

L’odissea dei marò pugliesi Massimiliano Latorre e Salvatore Girone

16 Giugno 2021

Michele De Feudis

L’odissea dei marò pugliesi Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, dopo le pagine dolorose dell’arresto in India e dell’interminabile contesa internazionale, registra finalmente una pagina chiarificatrice: la Corte suprema di Nuova Delhi ha restituito la piena libertà di movimento ai due fucilieri, costretti fino a ieri a sottostare alle prescrizioni del tribunale asiatico, firmando ogni mese in caserma e non potendo andare all’estero.

Aver posto fine a limitazioni delle libertà personali - rese ben più affliggenti perché emanate senza che ci sia uno straccio di sentenza di condanna - non indennizza certo della sofferenza provata i due «figli d’Italia»: giovani meridionali, coraggiosi nelle missioni internazionali (come ricordato dal reporter di guerra Toni Capuozzo, che ha conosciuto Latorre a Kabul), sono espressione di una nazione che ha sempre interpretato il servizio nelle Forze armate come una forma di riscatto e di patriottismo dolce, caratterizzato da una presenza all’estero sempre improntata ai valori dell’Onu e della pacificazione nei contesti infuocati.

Del resto, nel febbraio 2012, Latorre e Girone erano sulla nave Enrica Lexie per una missione antipirateria, nelle acque dell’oceano Indiano infestate da predoni e pirati. Difendevano, su mandato del nostro governo, l’interesse nazionale e il diritto internazionale alla libera circolazione delle navi e delle merci.

Fin dalle ore successive all’incidente con il peschereccio St. Antony (rispetto al quale i marò si sono sempre dichiarati estranei), la gestione della querelle internazionale è stata cadenzata da improvvisazioni e scelte affrettate che hanno portato a un procedimento giudiziario complesso. I due militari sono rimasti «sospesi», nel limbo di una giustizia che non arriva, privati della possibilità difendersi nel dibattito pubblico, polarizzato tra colpevolisti (soprattutto nell’estrema sinistra) e innocentisti. E proprio il silenzio a cui si sono allineati i due marò colpisce nel giorno in cui la politica e le istituzioni hanno esultato per la fine dei procedimenti civili e penali in India contro i due pugliesi: una contesa non ancora risolta forse avrebbe meritato un contegno diverso e dichiarazioni meno celebrative.

Questo iato tra la compostezza dei marò e il flusso delle dichiarazioni dei leader dei partiti colpisce soprattutto perché non tiene conto di come due famiglie di «figli d’Italia», da nove anni, non abbiano avuto la possibilità di affermare le proprie ragioni in un giusto processo, con i diritti caratterizzanti la cultura giuridica occidentale.

Nelle prossime settimane, con il procedimento giudiziario su cui lavora da mesi il sostituto procuratore di Roma, Erminio Amelio, si avrà la possibilità di conoscere nel dettaglio la versione dei due fucilieri della Marina, costretti in questi anni al silenzio per tutelare «il segreto militare». I due saranno assistiti da Fabio Anselmo, avvocato emiliano che nel recente passato si è distinto per battaglie civili nei processi Cucchi e Aldovrandi.

Spetterà dunque alla giustizia italiana, la cui giurisdizione è stata riconosciuta dal tribunale internazionale dell’Aja, dirimere una questione aperta dal 2012 e mai come in questo caso si restituirà all’opinione pubblica un’articolata ricostruzione della realtà. Una opinione pubblica, soprattutto meridionale, da anni scossa dalla scarsa cura che il Paese ha dedicato a due «figli d’Italia», orgogliosi di difendere l’interesse nazionale indossando la divisa delle forze armate.

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