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Una riforma della giustizia per ridare fiducia ai cittadini

Nelle ultime settimane la Puglia ha offerto un vasto campionario delle patologie che affliggono l’universo giudiziario

toghe, avvocati

A 160 anni dall’Unità d’Italia e a 75 anni dalla nascita della Repubblica, il nostro principale problema resta la Giustizia. Con questo termine s’intende non un concetto filosofico, bensì il variegato mondo che vi ruota intorno: dalle indagini, all’apparato giudiziario, ai concorsi per diventare magistrati, ai processi, alle leggi e così via. Negli ultimi tempi si è arrivati a una vera e propria emergenza, determinata non da fenomeni del momento, come accadde nella stagione di Mani Pulite, quando lo scontro fra potere politico e potere giudiziario raggiunse l’apice, ma frutto della stratificazione di problemi mai risolti e di contraddizioni mai affrontate.

Nelle ultime settimane la Puglia ha offerto un vasto campionario delle patologie che affliggono l’universo giudiziario. Si dirà: i fatti sono emersi perché la magistratura ha all’interno gli anticorpi per reagire e auto-correggersi, come è proprio di uno Stato democratico. È vero, dobbiamo dire un sincero grazie alla Procura di Potenza come a quella di Lecce che hanno scoperchiato intrecci e comportamenti indicibili, forse anche impensabili da parte della gran parte dei cittadini. Ora spetterà ad altri magistrati valutare all’interno dei luoghi deputati e con la garanzia delle procedure previste quei fatti e quei comportamenti per eventualmente sanzionarli nella maniera più rigorosa. Tutto questo però se può offrire una garanzia minima per la tenuta della civiltà giuridica, non basta e non può bastare a ricostruire la fiducia dei cittadini nel sistema giudiziario. La frase di rito pronunciata in tv da tanti indagati («Ho piena fiducia nella magistratura») suona ormai come una penosa antifrasi. I giudici della Cassazione in una famosa sentenza del 1984 ammonivano i giornalisti a non utilizzare tale artifizio retorico indicato come «sottinteso sapiente». Oggi in molti casi l’affermazione «ho fiducia nella magistratura» diventa un inconsapevole sottinteso sapiente.

Il venir meno della fiducia nelle toghe e nel sistema giudiziario va a consolidare la mai superata diffidenza dei cittadini nei confronti dello Stato, del quale ogni emanazione è percepita come estranea, invadente e oppressiva, non come strumento per organizzare la società. Affondano in questo terreno le radici profonde della corruzione a ogni livello. Le modalità della malversazione potranno essere le più diverse, ma tutte traggono origine dal sentirsi altro e fuori dallo Stato. La comunità, la società vengono sempre dopo il mio interesse personale: una morale ben sintetizzata nell’etica mussoliniana del «me ne frego».

Oggi l’emergenza giustizia è tale – non solo per le situazioni esplose in Puglia – da diventare un caso internazionale. È noto che fra le condizioni poste dall’Europa per concedere all’Italia il pacco di miliardi previsti dal Recovery fund vi sia anche la riforma del sistema giudiziario. Una <rivoluzione> di cui si parla da sempre, che ha collezionato decine di in proposte di legge e poche norme approvate, che peraltro sembrano aver raggiunto solo una minima quota degli obiettivi previsti.
Alle ataviche disfunzioni e lentezze del sistema penale, civile e amministrativo oggi si è aggiunta la questione del Csm, ovvero dell’organo che dovrebbe garantire l’autonomia dell’ordine giudiziario e a cui compete l’autogoverno dei magistrati. Insomma il motore del nostro sistema giustizia. Bene, gli ultimi scandali – sintetizzati da noi giornalisti sotto la sbrigativa definizione di «caso Palamara» - hanno mostrato quanto questo organo costituzionale e le sue decisioni fossero condizionati da interessi di parte, soprattutto politici. In anni lontani Piero Calamandrei ammoniva che «quando per la porta della magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra». E questa è oggi purtroppo la percezione di molti italiani, che pregano di non finire mai in un’aula di tribunale che ancora oggi evoca atmosfere kafkiane.

Ora la povera ministra Cartabia è alle prese con la mission impossible di realizzare la riforma, a cominciare dalle nuove modalità di elezione del Csm. La ministra, già presidente della Corte costituzionale, si muove in una specie di cubo di Rubyk in cui ogni spostamento va a determinare decine di scomposizioni. Tanto che fra le ipotesi prospettate è tornata quella del sorteggio dei magistrati, come a dire meglio la dea bendata piuttosto di certi soggetti che ci vedono fin troppo bene. Alla ministra Cartabia va il sincero augurio di riuscire nella sua missione per il bene di tutto il Paese. Ha dalla sua, oltre alla competenza e alla saggezza, l’essere donna e le donne hanno sovente il coraggio, l’ostinazione e la passione civile che difettano a buona parte degli uomini.

C’è però da dire che le riforme realizzate sotto la spinta dell’emergenza raramente sono delle buone riforme. Le leggi non si possono scrivere solo sotto la spinta delle mode, degli scandali, del bisogno e men che meno in cambio di una elargizione economica. Perché così risolveranno forse delle questioni tecniche o procedurali, ma non ricostruiranno mai credibilità e fiducia che dovrebbero essere i veri obiettivi di una riforma della giustizia in Italia. La fiducia, come ricordava una vecchia pubblicità televisiva, è una cosa seria, ma in molti l’abbiamo dimenticato.

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