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La chiesa italiana e i dubbi sulla legge anti-omofobia

I cattolici non possono pretendere che tutti riconoscano il valore della distinzione uomo-donna. Ma i sostenitori del ddl Zan possono pretendere che tutti i cattolici riconoscano il valore dell’identità di genere?

La chiesa italiana e i dubbi sulla legge anti-omofobia

Cosa pensa la Chiesa del ddl Zan? La domanda è mal posta. Meglio sarebbe chiedersi: «Cosa pensa la Chiesa italiana del ddl Zan»? Giusto per stare nell’ambito del dettato conciliare (Vaticano II) che assegna alle Chiese nazionali il compito del dialogo con le istituzioni del Paese in cui operano. E ciò vale in particolare in Italia, ove i rapporti fra Stato e Chiesa sono regolati dal Concordato. In sostanza, la Chiesa italiana può fare le proprie osservazioni a un testo di legge e il Parlamento legifera nella sua assoluta autonomia e libertà.

È quanto è accaduto sino ad ora. Infatti, in questa cornice vanno incasellate le dichiarazioni del presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, che si è limitato ad affermare che «il ddl Zan va corretto» e che la legge contro l’omofobia «dev’essere chiara e non prestarsi a sottintesi». E ancora: «Nella formulazione non si sconfini in altri campi, in terreni pericolosi, come la cosiddetta identità di genere».

Questo è il vero punto di dissenso della Chiesa italiana sul quale è opportuno soffermarsi. Infatti l’art. 1 del ddl Zan, che qui di seguito riteniamo necessario riportare testualmente, non lascia dubbi sull’intenzione del legislatore di introdurre nell’ordinamento l’identità di genere.

Così recita: «Ai fini della presente legge: a)per sesso si intende il sesso biologico o anagrafico; b)per genere si intende qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso; c) per orientamento sessuale si intende l’attrazione sessuale o affettiva nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso, o di entrambi i sessi; d) per identità di genere si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione».

In sostanza, la Chiesa italiana ritiene che una tale formulazione della legge vada ben oltre l’intendimento di offrire «protezione» alle persone oggetto di insulti e violenze a causa di un atteggiamento omofobico, ma alimenti «una confusione antropologica», poiché mette in discussione la differenza uomo-donna. Confusione che Bassetti definisce «inaccettabile». E aggiunge, per non creare fraintendimenti, che «questo non vuol dire che non si debbano accettare o accogliere le scelte diverse, le varie situazioni esistenziali, le fragilità. Però una legge deve tutelare le garanzie e i valori fondamentali. La distinzione fra uomo e donna esiste. Per chi è credente viene da Dio, chi non crede dice invece dalla natura, ma esiste».

È dunque un nodo insormontabile per i cattolici. Che persisterà, con tutte le sue conseguenze, anche se il ddl dovesse essere approvato nell’attuale formulazione. Un nodo culturale e antropologico destinato ovviamente a permanere sino a quando i cattolici riterranno che la distinzione uomo-donna esista e che sia un valore da preservare. E che pertanto la fluidità (non è il caso della transizione da un sesso all’altro) non sia un bene o un valore da preservare.
Una questione non di poco conto. Che da un lato richiama il dibattito storico sul rapporto natura-cultura, ma dall’altro pone seri interrogativi sui risvolti penali di questa legge che, ad avviso di molti esponenti non solo del mondo cattolico, può preludere a un accanimento da parte dei magistrati nei confronti di chi dovesse insistere nell’esprimere opinioni in dissenso con l’identità di genere e con la cultura gender. Va detto, a onor del vero, che questo rischio non è apertamente paventato dalla Chiesa italiana, quanto da esponenti anche di spicco del mondo cattolico, oltre che da insigni giuristi e settori del femminismo.

Sinceramente non abbiamo gli strumenti per valutare se questo rischio sia reale. Ma il margine di discrezionalità che il ddl Zan sembra attribuire alla magistratura, appare troppo ampio. Tutto questo la Chiesa italiana non lo dice, ma quando il cardinale Bassetti evoca «dubbi interpretativi» e «lo sfociare in altre tematiche che nulla hanno a che vedere con l’omofobia, gli insulti e le violenze», è inevitabile che si prospetti il dubbio sull’efficacia di una legge che dovesse alimentare un nuovo profilo di intolleranza nei confronti di chi crede nel valore della distinzione uomo-donna. Con un’inevitabile ricaduta educativa. Le famiglie potranno continuare a educare i loro figli alla distinzione uomo-donna, mentre la scuola come prevede il ddl Zan si deve predisporre a educare all’identità di genere? A quali altri conflitti andremo incontro?

Forse accogliere i dubbi di un uomo saggio e prudente come il cardinale Bassetti sarebbe utile a tutti i cittadini. E soprattutto libererebbe il campo da ogni deriva ideologica su un tema delicatissimo che sta a cuore a tutti: contrastare efficacemente le intolleranze, le discriminazioni e le violenze nei confronti di persone omosessuali e transessuali. Sarebbe un gran risultato.
Vorremmo concludere con un’annotazione di puro buonsenso. I cattolici non possono pretendere che tutti riconoscano il valore della distinzione uomo-donna. Ma i sostenitori del ddl Zan possono pretendere che tutti i cattolici riconoscano il valore dell’identità di genere? Per carità, non ne facciamo una battaglia ideologica, cioè di potere.

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