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La lotta alla povertà (è) la lotta alle disparità

Più che di diseguaglianze sarebbe forse il caso di parlare di divari tra stati, tra regioni, tra territori

povertà di strada

Fateci caso. Ogni qual volta - cioè a intervallo mensile - vengono aggiornate le classifiche sui patrimoni dei miliardari del Pianeta e della Penisola, scatta la reazione contro l’aumento delle diseguaglianze tra ricchi e poveri. S’invocano pesanti interventi redistributivi, s’inneggia a una più marcata progressività della tassazione.
Intendiamoci. Che le diseguaglianze ci siano è fuori discussione. Che molte diseguaglianze gridino vendetta al cielo, è assodato. Anche se - a ben vedere - le diseguaglianze del passato erano forse ancora più drammatiche e intollerabili, dato che larghe fasce della popolazione, in Italia, in Europa e nel resto del mondo, per secoli non hanno avuto di che nutrirsi.

Ma, come avrebbe detto la buonanima del leader socialdemocratico svedese Olof Palme (1927-1986), l’obiettivo di una forza di sinistra è combattere la povertà, non la ricchezza. Domanda aggiornata a oggi: meglio un Paese diseguale in cui il più ricco guadagna un milione di euro l’anno e il più povero 50mila euro o un Paese uguale in cui tutti guadagnano 20mila euro l’anno? In altri termini: bisogna combattere la diseguaglianza o, invece, innanzitutto e soprattutto, la povertà?
Se si conviene, come è giusto, che un elevato tasso di diseguaglianza è pericoloso e incompatibile con una società democratica, allora si deve convenire che il criterio più efficace per contenere le disparità sociali, resta l’istruzione, con uno sguardo incisivo verso l’educazione finanziaria (pressoché negletta nel Belpaese). L’eguaglianza nei punti di partenza, che rappresenta un sensibile passo in avanti rispetto all’eguaglianza giuridica tout court, si può realizzare solo investendo moltissimo su istruzione, formazione e meritocrazia.

La verità è che, molto più prosaicamente e realisticamente, l’effetto redistributivo della spesa pubblica è stato annullato e, spesso, beffato dall’incessante e patologico ampliamento dell’intermediazione politica in ogni settore e vettore delle attività economiche. Conseguenze? Eccone una. Per dirla con il giurista Giovanni Pitruzzella, già presidente dell’Antitrust, «La pubblica amministrazione distrugge risorse con la stessa efficienza con cui l’impresa privata le crea».

La questione centrale è il risparmio. Come rileva l’economista serbo-americano Branko Milanovic, forse il massimo studioso mondiale del problema diseguaglianza, se i capitalisti smettessero di risparmiare, le diseguaglianze sparirebbero, ma insieme a loro svanirebbe l’intero moderno sistema economico, che riaprirebbe le porte al vetusto modello feudale. Ergo, se il risparmio viene penalizzato, vilipeso e osteggiato, se l’accumulazione viene bollata come farina del diavolo, se la crescita viene sabotata manco fosse un’armata nazista, beh allora il pericolo di sopprimere quel poco di meritocrazia che c’è ancora nel sistema economico occidentale (e italiano in particolare) per fare strada al capitalismo politico di tipo asiatico, risulterà tutt’altro che astratto. Con tanti saluti ai propositi di attenuare le diseguaglianze. Anzi, quest’ultime riprenderebbero a salire sull’onda del calo dell’accumulazione di risorse, a sua volta seguita dallo stallo o dal calo della produttività del lavoro e dalla stagnazione-riduzione delle paghe ai dipendenti.

Si legge in questi giorni dei progetti tesi a rendere ancora più progressivo il prelievo fiscale. Se l’Italia fosse una terra ad alta fedeltà tributaria se ne potrebbe discutere. Ma già ora il peso quasi esclusivo del carico fiscale è poggiato sulle spalle di una minoranza di fedeli, ai quali può capitare di dover pagare di tasca propria servizi pubblici per i quali hanno già versato quattrini un minuto dopo aver presentato la denuncia dei redditi. Che cosa accadrebbe se salisse ancora l’aliquota che colpisce la fascia dei più leali nei confronti dello stato? Quasi certamente questa misura punitiva scoraggerebbe le iniziative dei tipi più intraprendenti, frenerebbe gli ardori dei più meritevoli. Insomma, confondere diseguaglianza e povertà rischia di provocare le classiche conseguenze in-intenzionali e controproducenti.

Ok. E i super-ricchi? I super-ricchi mondiali come Jeff Bezos e Bill Gates, ma anche i Paperoni italici, già lo dicono e lo sanno che dovranno mettere mano al portafogli, specie adesso dopo l’ulteriore salasso dei conti pubblici causato dalla pandemia. Attenzione, però. Il boom di Amazon non ha arricchito solo Bezos, il fondatore che possiede l’11 per cento del negozio digitale che serve il globo intero. Ha arricchito milioni di azionisti, per non dire dei benefìci prodotti dal negozio digitale nella stessa lotta contro il Covid: quanti contagi si sono evitati grazie ai minori assembramenti umani resi possibili dalla consegna a domicilio garantita da Amazon?

Più che di diseguaglianze sarebbe forse il caso di parlare di divari tra stati, tra regioni, tra territori. La lotta ai divari ha bisogno, su scala nazionale e sovranazionale, di politiche mirate, come dovrebbe avvenire per appianare il dislivello tra Nord e Sud Italia. E qual è, se non l’istruzione, il campo in cui lo stato centrale dovrebbe raddoppiare gli sforzi per avvicinare il Sud al Nord, iniziando, tanto per ripeterci, col rendere decente la connessione digitale?
Potremo realizzare tutti i migliori programmi contro le diseguaglianze, ma se alla fine ci ritroveremo tutti più poveri e se il Sud, per citare i problemi di casa nostra, risulterà più eguale al suo interno e più diseguale rispetto al Nord, avremo fatto il classico buco nell’acqua, molto simile all’idea e alla prospettiva di una decrescita irreversibile. Attenti alle parole, perciò. La lotta contro la povertà deve avere la precedenza rispetto alla lotta contro le diseguaglianze. Anche perché ridurre la povertà significa pure frenare le diseguaglianze.

Obiezione. Perché, allora, nonostante i massicci programmi di sostegno alle classi deboli e nonostante la crescita costante della spesa pubblica grazie a un prelievo fiscale da infarto su metà della popolazione italiana (l’altra metà è graziata dal Tassator Cortese), gli indici della povertà sono in aumento, come abbiamo riletto nei giorni scorsi? Risposta: tutta colpa del Covid. Ma la povertà era in aumento anche prima dello sbarco del Coronavirus.

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