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Tutelare i giornali per tutelare la democrazia

Sono trascorsi diversi lustri da quando Internet ha stravolto la quotidianità lavorativa, esistenziale e ludica di miliardi di persone

Poveri giornali tele-sfruttati, web-depredati e poli-bersagliati

Se il termine «liberale» piace più della Nutella - ultimo Luigi Di Maio a definirsi tale - il termine «liberista» viene esecrato più di un gesto empio in chiesa. Eppure anche il più cocciuto liberista sa che dello stato non si può fare a meno e che ci sono settori, materie, aspetti della vita sociale che non possono essere affidati esclusivamente alle dinamiche e alle sentenze del mercato.
C’è un campo, però, in cui gli anti-liberisti più accaniti si trasformano nei liberisti più ostinati. La Rete. Guai a chi pensa di regolare la materia, di introdurre normative di metodo e di merito. Scatta immancabilmente, addirittura preventivamente, il mega-anatema, seguito dai “no al bavaglio, no ai divieti, viva la libertà, giù le mani dal libero pensiero”.
Sono trascorsi diversi lustri da quando Internet ha stravolto la quotidianità lavorativa, esistenziale e ludica di miliardi di persone. Ma, diversamente da quanto capitò, sin dal loro esordio, agli altri classici strumenti del comunicare (giornali, radio e tv), nessuno ha osato mettere ordine, sul piano normativo, nei seri problemi sollevati dal Web. Chi ci ha provato, piuttosto timidamente in verità, ha dovuto alzare sùbito bandiera bianca, per non finire accoppato dal fuoco dei custodi dell’intoccabilità della Rete. Eppure non c’è spazio, non c’è ambito della vita umana ed economica in cui non si invochi un minimo di regolazione per non lasciare campo aperto al Far West, al codice del più forte, alla legge della giungla.

Nemmeno la realtà ha scosso le certezze dei webeti più viscerali. L’evidenza dei fatti, ad esempio, sta a dimostrare che quasi tutto il prodotto informativo della Rete viene prelevato (ossia saccheggiato) a danno della stampa scritta, dei giornali, col risultato di generare la madre di tutte le ingiustizie: ai giganti o ai nani del Web vanno i profitti senza costi; alla stampa scritta vanno i costi senza profitti.

Quale sarebbe la reazione della gente comune, delle istituzioni, delle autorità varie, se un gruppo di signori si appropriasse nottetempo della merce prodotta da una fabbrica e la piazzasse più o meno a pagamento presso il popolo dei consumatori? Come minimo si griderebbe allo scandalo. Come medio ci si scaglierebbe contro la nuova Razza Predona. Come massimo si invocherebbero pesanti misure restrittive e/o interdittive.
Invece, nulla di tutto questo è accaduto. Anzi, quando alcuni giornali hanno sollevato la questione, cercando, in nome del diritto naturale, prima che del diritto positivo, solidarietà e sponde per fermare il loro status di «cornuti e mazziati», nessuno ha dato loro una mano. Non solo. Gli oppressi (cioè i quotidiani) sono stati rappresentati come oppressori (della libertà di stampa), mentre gli oppressori sono stati raffigurati come oppressi.

Eppure non è necessario aver studiato ad Harvard o a Chicago per sapere che ogni attività presenta un costo e che nessun pasto è gratis. Compreso il pasto a base di notizie, informazioni, opinioni, analisi. Anche la telefonata in redazione per riferire di un incidente stradale ha un costo. Lo ha purtroppo solo per i giornali tradizionali, non già per le piattaforme e gli strumenti che hanno la fortuna di copiare, di riportare gratis la notizia. E però, guai a farlo notare, si corre il rischio di passare dal lato del torto, con la (s)qualifica di liberticìdi, di killer della democrazia e via accusando.

Finalmente s’è trovato un giudice. Non nella vicina Berlino, ma nella lontana Australia, il cui parlamento ha approvato in via definitiva il nuovo codice (per le notizie digitali) che impone ai colossi del Web come Facebook e Google di negoziare con gli editori il pagamento dei contenuti che vengono pubblicati sulle piattaforme digitali. «Il Codice garantirà che l’industria dell’informazione venga remunerata adeguatamente per i contenuti generati, contribuendo così a sostenere il giornalismo di interesse pubblico in Australia», ha commentato il ministro del Tesoro australiano, Josh Frydenberg.
Ben detto. Ben fatto. Anche l’Europa sta cercando di approvare una volta per tutte le regole sul copyright, il che introdurrebbe un freno all’anarchia sulla Rete e ristorerebbe alquanto le aziende editoriali.
Ma non basta, è troppo poco. Bisogna agire in profondità, come si è fatto, in passato, per tutti i nuovi mezzi comunicativi. La Rete è un incrocio tra anarchia e Far West, roba che il liberismo selvaggio sarebbe già un progresso. La Rete resta sregolata su tutti i punti. Basti pensare alla responsabilità penale: uno spauracchio, spesso un pugno terribile per i giornalisti della carta stampata; una carezza leggera per gli operatori della Rete.

Non vogliamo caricare il governo Draghi di impegni oltre misura, specie in una fase ancora dominata dalla pandemia. Ma l’informazione scritta, in Italia, sta soffrendo e rischia la propria sopravvivenza soprattutto a causa della concorrenza slealissima subita dal Web. Presidente Mario Draghi, sottosegretario Giuseppe Moles, bisogna prendere esempio dalla decisione australiana per affrontare anche in Italia l’emergenza informativa causata e aggravata dalla depredazione ad opera della Rete. È in ballo non solo il futuro dei quotidiani e delle aziende editoriali, ma l’avvenire della stessa democrazia, perché, ecco la verità, senza giornali, persino gli informatori-saccheggiatori resterebbero a secco di notizie. Figuriamoci i cittadini. E senza notizie e opinioni raccolte da giornali in grado di automantenersi uno stato farebbe molta fatica a definirsi ancora liberale e democratico.

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