Lunedì 19 Aprile 2021 | 04:43

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Meno culle, più anziani e fuga dalle campagne. Appena mercoledì scorso, l’Istat ha reso noto il risultato del censimento permanente della popolazione

Migranti: in cento via da Gorizia verso Campania e Puglia

Scorticare la pelle ai dati sulla natalità e sull’emigrazione dal Sud è un’operazione che certifica sconfitte. Ma la «doppia vita» del numero è che anche quando accende le sirene dell’allarme, suggerisce inversioni di rotta. Il rosario delle cifre su denatalità e spopolamento non può però occupare solo lo spazio dell’informazione e quello dell’agenda amministrativa di un giorno. Meno che mai nell’era Covid. Quei numeri non sono soltanto un flagello da interpretare e dal quale proteggersi, piuttosto un appello di urgenze, un invito a lasciare lo strato di comfort senza disperdere in mille voci e promesse la nuda vita.

Appena mercoledì scorso, l’Istat ha reso noto il risultato del censimento permanente della popolazione. I dati si riferiscono agli anni 2018 e 2019. In realtà sono consultabili dal 15 dicembre scorso ma sono stati rilanciati. Non ci sono fatti innovativi evidenti rispetto a quello che demografici e statistici prefigurano da anni. La sintesi è che la Puglia 2019 è dimagrita rispetto ai 3milioni 953.305 residenti 2018 di 22.223 abitanti e cioè di quasi 6 persone ogni mille. Se il raffronto è col censimento del 2011, la perdita media annuale è del 3 per mille. Notevole, considerato che i residenti diminuiscono in tutte le province: più a Brindisi (-4,9 per mille all’anno) e Taranto (-4,5 per mille) che altrove. E se è vero che il cuore di Puglia rimane addensato (31 per cento dei residenti) nella provincia di Bari, è anche vero che proprio la densità abitativa qui è scesa da 323 a 318 abitanti per chilometro quadrato. Più larghi? No, più case vuote. Anche nel micro-paesino di Celle di San Vito, 163 abitanti appena in provincia di Foggia. Nemmeno il progressivo invecchiamento della popolazione sarebbe una novità se non fosse che registra ritmi superiori alla media nazionale: gli under 50 diminuiscono il proprio peso relativo, rispetto al 2011. Siamo sempre con più anziani perché sempre più giovani fanno la valigia.

In Basilicata la musica è la stessa, anzi per certi versi peggiore. La popolazione censita al 31 dicembre 2019 ammonta a 553.254 unità, con una riduzione di 5.333 abitanti (-9,5 per mille) rispetto all’anno precedente e di 24.782 abitanti (-5,5 per mille in media ogni anno) rispetto al 2011. Anche qui, spopolamento spalmato, ma in provincia di Matera il calo è più contenuto a fronte però del fatto che due lucani su tre vivono in provincia di Potenza, territorio che copre il 65,6% dell’intera regione.
Sono decenni che spopolamento e polarizzazione delle aree urbane occupano il dibattito politico e la ricerca, specie dal tracollo finanziario 2008 che ha accelerato il crac demografico estendendolo non solo alle aree montane e ultra-rurali come accadeva prima dell’Anno Orribile, ma all’intero territorio lacerando tutto il tessuto industriale e i processi di aziendalizzazione. Se a questo si aggiunge la soglia del baratro sul quale è collocato il settore turistico alberghiero dalla clausura imposta dalla pandemia, è facile capire il perché non ci si può accontentare di proclami tecnocratici e di grandi promesse per contenere la deriva.

Ed è proprio l’altra faccia del numero che suggerisce l’urgenza di una conoscenza molecolare dei territori e delle loro specifiche risorse per allungare lo sguardo oltre la competitività delle aree metropolitana o dei capoluoghi. Due esempi. Il primo riguarda la provincia di Bari. C’è un comune in controtendenza: Altamura. Se pure di poco, è tra le poche città ad essere cresciuta dal 2011: da 69.529 residenti è passata a 69.999. Non così nella vicinissima Gravina. Come mai? Semplice: ad Altamura il mattone tira, si costruisce bene e il prezzo del nuovo è meno caro che altrove. C’è un esempio anche lucano che va in questa direzione: l’interno si spopola, ma Policoro resiste: 17.778 abitanti attuali contro i 15.976 del 2011. Vedremo come si tradurrà la svendita di case a un euro nel piccolo comune dauno di Biccari. Le richieste ci sono, ma altrove (in Sicilia) la «campagna promozionale» ha sprigionato solo la valorizzazione turistica a tempo, senza troppo destagionalizzare. Dunque, un cerotto sul cancro dello spopolamento e la denatalità che inquieta anche le metropoli. Il 16% di nascite in meno a Bari nel 2019 è un fattore sociale di grossa preoccupazione. E questo perché nel capoluogo di regione come in tutti gli altri contesti che si svuotano, il fenomeno ha effetti e conseguenze a largo raggio.
E’ chiaro che il prezzo d’acquisto di un’abitazione svena, ci si pensa due volte a fare figli. La soluzione è l’edilizia agevolata, ma se ne parla sempre meno e le famiglie sono sempre più monoparentali perché alla portata c’è solo la casa piccola.
Meno bambini significano anche meno negozi di giocattoli: store globali internazionali chiudono, come pure i negozi d’abbigliamento dedicati (tutto è nelle mani degli iper). Ma in prospettiva se la passeranno meno bene anche le ludoteche, oltre che le scuole. Più asilo nido comunali? Ma certo, serve eccome una politica per le famiglie ad ampio spettro: ma gli asili incoraggiano più chi il figlio ce l’ha già e pensa di poterne fare un altro piuttosto che risolvere il problema della culla zero.

Gli effetti sul lavoro sono una matassa difficile da sbrogliare, specie in una provincia come quella di Bari che conta centomila inattivi. Si pensi alla scuola: certo, niente classi pollaio, ma anche meno insegnanti e più trasferimenti. Avevamo gli stranieri e i nati qui da genitori non-italiani, ma non compensano più nemmeno loro perché emigrano come noi e fanno sempre meno figli come noi. Sicché difficile prefigurare un sistema che già ora ha numeri invertiti: ci vorrebbero due lavoratori per un pensionato e invece registriamo il contrario. Meno cittadini, meno tasse: che welfare avremo, in considerazione della pressione sanitaria per il Covid?
Scrostare i numeri è urgente se vogliamo evitare la trappola dei sogni tatuati di cenere o di vuoto.

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