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Solo Draghi, oggi in Italia, possiede capacità e prestigio per riuscire in un’impresa - fermare il declino del Belpaese - che di per sé avrebbe del prodigioso

La rivoluzione delle coscienze nelle parole del premier

Non sappiamo come farà Mario Draghi a tenere assieme sigle e persone distanti anni luce tra loro. Sappiamo, però, che solo Draghi, oggi in Italia, possiede capacità e prestigio per riuscire in un’impresa - fermare il declino del Belpaese - che di per sé avrebbe del prodigioso.

Di sicuro, il presidente del Consiglio è molto più rigoroso e avanzato rispetto al resto della classe dirigente e alla stragrande maggioranza della popolazione. È molto più disciplinato nella sostanza, cioè nei contenuti. È molto più serio nella forma, cioè nello stile.

Il discorso di ieri al Senato non ha rappresentato solo un’antologia del Draghi-pensiero, ma ha rappresentato anche dimostrazione di autorevolezza, virtù assai più importante del carisma. Infatti, il carisma va e viene e dipende dall’incarico del momento. L’autorevolezza, viceversa, è come il coraggio descritto da Alessandro Manzoni (1785-1873): o ce l’hai o non ce l’hai.

Draghi ne è provvisto (di autorevolezza) in dosi più che abbondanti, come attestano i riconoscimenti che gli riservano, non da oggi, pezzi da novanta (Angela Merkel) non sempre d’accordo con lui; e come attesta il religioso silenzio, a metà tra l’ammirazione e il rispetto, che regna in ogni uditorio che la ventura di ascoltarlo.

Domanda. Sarà sufficiente il surplus di autorevolezza (rafforzata dalla proverbiale sobrietà dell’uomo) a convincere la Penisola che è ora di cambiare e che ogni giorno perduto nella stasi costituisce una bomba a orologeria per la serenità delle future generazioni? Purtroppo, l’impressione più immediata è che il Paese non sia pronto per una Grande Riforma, civile prima che economica; che esso non abbia alcuna voglia di dar vita a quella rivoluzione delle coscienze che, da sola, contribuirebbe ad abbattere debito pubblico e spread più di dieci manovrone economiche da infarto.
Draghi è Draghi. Non ha bisogno dei social per farsi pubblicità. Né va in crisi di astinenza se la sua immagine non apre i tg della sera. Da banchiere di pelle, più che di titolo, Draghi sa che bisogna esprimersi solo attraverso atti formali e concreti, sa che l’insegnamento einaudiano (conoscere per deliberare) deve costituire la bussola di chi governa e che la politica senza competenze può solo produrre disastri per l’esercito dei cittadini.
Non sappiamo se la lezione del professor Draghi, pronunciata ieri dalla cattedra del Senato, abbia scosso le coscienze di eletti ed elettori.

Speriamo di sì, anche perché Draghi ha parlato chiaro, senza fronzoli e senza fraintendimenti. Matteo Salvini può fare tutti i giochi di prestigio (con le parole) sulla (ir)reversibilità dell’euro, ma Super-Mario non accetterà mai di prendere in considerazione un’ipotesi (l’addio alla moneta unica) che, di suo, provocherebbe la rovina del Paese. «Non c’è sovranità nella solitudine», ha scandito il premier.

Avrebbe potuto aggiungere che non c’è sovranità col sovranismo, specie per un Paese straindebitato come il nostro, ma il vistoso assenso ostentatogli dal leghista Giancarlo Giorgetti (fresco di nomina ministeriale), ha reso inutile la postilla. Insomma, con Draghi finalmente sembra destinata a finire archiviata la querelle sul rapporto tra Italia buona ed Europa matrigna. L’Europa non si discute, perché l’Europa è il presente, ma soprattutto il futuro.

Anche sul Sud il capo del governo non ha fatto ricorso ai tradizionali giri di parole. Secco: «Per attrarre gli investimenti occorre creare un ambiente dove legalità e sicurezza siano sempre garantite. Vi sono poi strumenti specifici quali il credito di imposta e altri interventi da concordare in sede europea».

La legalità è più importante dei capitali per richiamare gli investitori. Idem la sicurezza. La filosofia del credito di imposta è la strada più congeniale alla tutela della legalità, e quindi della sicurezza, perché elimina alla radice l’elemento discrezionalità, che di solito alimenta clientele, camarille e comitati d’affari. Un Sud - aggiungiamo noi - risanato sul piano etico avrebbe più carte da giocare per ottenere dall’Europa interventi ad hoc in campo fiscale, fino al punto - viene da auspicare - da approdare ad una legge con un solo articolo (invocazione fatta un paio di decenni addietro dall’economista Marco Vitale) che reciti più o meno così: «Chiunque voglia iniziare un’attività in proprio, artigianale o di qualunque arte o mestiere, che abbia la fedina penale pulita e che abbia la dichiarazione di due operatori del settore che attestino la sua perizia, è libero di farlo, dandone notizia alla locale Camera di Commercio, senza necessità di autorizzazione di alcun tipo. Chiunque crei una piccola nuova impresa è tenuto, per cinque anni, solo a versare una modesta imposta forfettaria, con versamento diretto in Tesoreria e senza ulteriori aggravi fiscali»,

Basterebbe, ecco, un articolo di tal guisa per moltiplicare i posti di lavoro. Che dire? Auguriamoci che dall’einaudiano Draghi possa arrivare una spinta decisiva in questa direzione.

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