Martedì 02 Marzo 2021 | 03:38

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Da qui a martedì l’Italia sarà a due colori: il verde e il viola: sono gli indicatori cromatici del clima politico

Quelle fasce a colori nella crisi di Governo

Da qui a martedì l’Italia sarà a due colori: il verde e il viola. No, non si tratta di nuove fasce di restrizioni anti Covid stabilite dall’ultimo Dpcm.

Questa volta sono gli indicatori cromatici del clima politico.
Il verde contraddistingue il premier. Si mostra fiducioso, per non dire certo, che riuscirà a trovare i voti necessari al Senato per mantenere in piedi il governo. Punta sui cosiddetti «responsabili» o, con termine raffrescato e rubato a Mattarella, i «costruttori». Il vecchio linguaggio della politica, li bollava come «trasformisti» non nascondendo un severo giudizio morale che in alcuni casi, come nei confronti di Domenico Scilipoti, «reo» di aver votato contro la sfiducia al governo Berlusconi nel dicembre del 2010, scivolavano nell’insulto. Fu addirittura coniato un termine, «scilipotismo», che secondo la definizione del linguista Gian Luigi Beccaria indicava «chi cambia improvvisamente opinione per interesse personale». Ma i responsabili o costruttori che si muoverebbero oggi agiscono per interesse personale?

L’accelerata in questo senso l’avrebbe involontariamente data lo stesso Mattarella, che ha posto una condizione netta: no a un governo sostenuto da singoli senatori, ma da un gruppo politico organico.

Se la speranza di trovare i voti necessari dovesse tramutarsi in realtà assisteremmo a un nuovo cambio di maggioranza all’interno di quadro politico definito dalle elezioni di appena tre anni fa e che ora sembrano lontane un secolo. Si rafforza così sempre più un concetto basso della politica, dove non contano più gli ideali e l’interesse comune, ma solo la capacità algebrica di combinare numeri che portino a raggiungere il fatidico 50% per cento. Assistiamo di fatto alla costruzione di un algoritmo della politica, camuffato con pregevoli trovate linguistiche.

L’altro colore in campo è il viola, ovvero la possibilità che il governo Conte non trovi i numeri necessari e che si debba andare alle urne. Primi tifosi Salvini e la Meloni. Potrebbe rivelarsi una tragedia per gli italiani e lo sarebbe sicuramente per i parlamentari che, dopo la «dieta» imposta dai grillini alle Camere, sarebbero in larga parte non rieletti. Ma il danno profondo, vero e crudele sarebbe nei confronti della gente già alla canna del gas. In piena pandemia il Paese si troverebbe in una campagna elettorale velenosa e lacerante, con effetti imprevedibili sulla già disastrata economia. Altro che ristori e Recovery fund, qui c’è il rischio concreto di una bancarotta economica e sociale.

Alla tavolozza di colori così composta (non dimentichiamo che ci sono sempre l’arancione, il bianco, il giallo e il rosso delle fasce Covid), manca ancora il colore della curiosità. Ovvero quella tinta che possa individuare il perché dello strappo di Matteo Renzi. Come il mitologico Kronos che divora i suoi figli, il Matteo toscano ha distrutto la maggioranza che più di altri aveva contribuito a far nascere. Sua fu la mossa del cavallo che nell’estate ancora spensierata e targata Papeete del 2019 lasciò a mani vuote l’altro Matteo. Salvini aveva staccato la spina al primo governo Conte pregustando già un largo successo elettorale alle inevitabili elezioni. E invece Renzi convinse il riottoso Zingaretti a mettere da parte le querele e le contumelie con i 5Stelle e a dar vita, insieme con Italia Viva, all’attuale maggioranza.

Renzi ha motivato la sua scelta con la necessità di avere un governo più efficace nella gestione della pandemia, di accedere ai fondi previsti dal Mes, di destinare maggiori risorse a sanità e scuola per quanto riguarda il Recovery fund. Una battaglia che ha una sua ragionevolezza e che può essere condivisibile, ma resta un dubbio: davvero per raggiungere questi obiettivi non c’era altro mezzo? Soprattutto se si considera il momento particolarissimo, anzi unico, che il Paese e il mondo intero stanno attraversando.

È chiaro che strappi così poco comprensibili offrono terreno fertile alla coltura di dietrologie di ogni tipo, che vanno dalla ipotesi di dare un ministero a Maria Elena Boschi al desiderio per lo stesso Renzi di ottenere la delega ai servizi segreti e di costruire un percorso per arrivare poi a quello che sarebbe il vero traguardo: la poltrona di segretario generale della Nato. Ma se così fosse, non ha rotto tutto il giocattolo? E l’astensione di Iv sul voto di fiducia annunciata ieri è un segnale di ravvedimento o solo un modo per continuare a tenere in piedi un governo fragile e quindi disponibile al compromesso?

Prepariamoci alla fatica quotidiana di capire in quale colore siamo, adesso che nella mazzetta ce ne sono un paio imprevisti, cui dovrebbe aggiungersi forse un terzo: quello della vergogna.

Risposta difficile, perché è sempre difficile individuare un confine preciso fra l’interesse generale e l’innegabile vantaggio personale – fosse solo di popolarità mediatica – che un eventuale ruolo svolto in una crisi comporterebbe. Senza contare che saremmo di fronte alla nascita di un partito del premier, del quale si danno già il nome («Insieme») e la stima del peso elettorale (12,7%)

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