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Referendum tra antipolitica, politica e clientelismo

referendum costituzionale

Della potatura dei due alberi parlamentari si parla da lunga pezza, come dimostra la storia di tutte le commissioni bicamerali per le riforme. Ora, però, che la pratica si prepara ad affrontare l’ultimo ostacolo (il referendum a settembre), sembra quasi che il provvedimento sia caduto dal cielo, o che sia stato un’ossessione esclusiva dei suoi promotori. Non è così. Né la misura su cui si pronunceranno gli elettori tra poco più di un mese può essere liquidata come un capriccio o una rivincita dell’antipolitica. Se così fosse, infatti, vorrebbe dire che l’antipolitica regna in tutte le altre nazioni democratiche, dal momento che colà il rapporto tra eletti in Parlamento ed elettori è più basso che in Italia.

Anni fa, un politologo estone, Rein Taagepera, escogitò un criterio oggettivo, matematico, per fissare il numero ottimale di deputati e senatori. Propose di affidarsi alla «legge della radice cubica». Sulla base di questo principio (calcolo), a un Paese di 60 milioni di abitanti, come l’Italia, sarebbe toccata una quota di 391 deputati (anziché gli attuali 630). Più o meno, 391, la stessa cifra dei 400 onorevoli stabiliti dal testo sottoposto all’imminente responso referendario. Per dire: i numeri del taglio su cui si discuterà nelle prossime settimane di campagna elettorale, non sono né capotici né punitivi nei confronti della democrazia rappresentativa italiana. Sono in linea con quelli riscontrabili nel resto del mondo.

Piuttosto. Perché è sempre più impopolare sostenere i numeri dello status quo, che vede l’Italia in cima alle classifiche dei Paesi affollati di gente mantenuta esclusivamente dalla politica?

Perché è sempre più impopolare sostenere la causa di chi confonde l’occupazione clientelare dello stato con la partecipazione democratica alle sue decisioni? Facile: perché più dilaga l’intermediazione politica, più si rallentano le scelte finali, più si opacizzano le procedure deliberative, più s’inquinano e si complicano i rapporti tra le istituzioni. Il prezzo della politica non dovrebbe salire all’infinito, anche perché come notava l’ex ministro americano David Stockman, severo fustigatore di certe scelte pubbliche, «i politici si guardano di rado in giro, e ancora meno mirano avanti. Il loro orizzonte non va più in là di un biennio e non supera la loro circoscrizione elettorale».

Inoltre un esercito più corposo di candidati comporta un automatico incremento delle spese elettorali, anche se l’economista statunitense Gordon Tullock (1922-2014) ha associato il suo nome al paradosso (uno dei tanti da lui “brevettati”) del rapporto tra gli esborsi economici (modesti) dei candidati per il loro successo nelle urne e l’ammontare (stratosferico) della spesa pubblica complessiva su cui i vincitori avrebbero potuto dire la propria. Appunto: Tullock fa calcolato che il premio finale (la possibilità di incidere sulla spesa pubblica) vale mille volte di più del costo del biglietto per partecipare alla gara elettorale.
Morale. Andiamoci piano con la moltiplicazione dei centri di spesa e degli scranni decisionali e/o rappresentativi. Anche perché lo stato non è un’astrazione, essendo formato e rappresentato da signori in carne ed ossa, caratterizzati dai limiti, dalle debolezze e dalle tentazioni di tutti gli esseri umani. E anche l’elettorato non è, né può essere, un consesso pieno di angeli.

Citiamo ancora Tullock: «È la stessa persona a recarsi al supermercato e in cabina elettorale. E non vi è alcun motivo convincente per pensare che il suo comportamento sia radicalmente diverso nei due ambienti. È da ritenere che in ambedue le situazioni egli scelga il prodotto o il candidato pensando che sia questo l’affare migliore per lui. Sebbene possa apparire molto modesto, si tratta invece di un assunto molto radicale, anche se ovvio. Per decenni la maggior parte dei cultori di scienze politiche si basavano sull’opinione che lo Stato mira a fini più elevati di quelli cui mirano gli individui sul mercato. A volte si pensa che l’elettore sia orientato verso la realizzazione dell’interesse pubblico mentre l’uomo al negozio persegue solamente il proprio interesse privato. Ma è vero? È veramente il dottor Jekyll e mister Hyde insieme?».

Anche gli eletti, come gli elettori, coltivano ambizioni e fanno piani di carriera. Per molti di loro la spesa pubblica è più seducente di Melania Trump. Per altri la spesa pubblica costituisce il più infallibile viagra per la propria rielezione o per l’elezione degli amici di cordata, vedi l’assalto alla diligenza in occasione di ogni legge di bilancio, che oltre a devastare le finanze statali, produce un effetto collaterale (leggi: inquinamento morale) ancora più insidioso: la trasformazione dell’elettore in cliente.

Per parare i rischi del mestiere e le inevitabili obiezioni, gli spiriti più disinvolti optano per il pendolarismo, per non dire la commistione, tra scelte pubbliche e interessi privati, che diventa presto il mantra più osannato. E quando la nuotata tra le due opposte sponde si fa complicata per sé e per gli altri, spunta il salvagente, ossia la mitica formula (passepartout) della partnership pubblico-privato. Una formula che richiama la battuta che il grande scrittore irlandese George Bernard Shaw (1856-1950) regalò a una ballerina smaniosa di avere un figlio da lui, perché in tal modo - secondo l’auspicio della ragazza - avrebbe ereditato il cervello del padre e la bellezza della madre. «Attenta - la raggelò Shaw - è assai probabile che il futuro neonato erediti il cervello della madre e la bellezza del padre». Il che, nella vita, accade spesso, specie quando l’orgia del potere non vede ostacoli formali e remore morali.

Sì, perché per molti politici, da qui il decadimento complessivo della categoria, i voti elettorali rappresentano ciò che il profitto rappresenta per gli imprenditori. Ma mentre il profitto ha bisogno, per essere raggiunto, di una gestione aziendale oculata, i voti elettorali dipendono da altri fattori: dalle promesse più ardite alle concessioni più scandalose, senza eccessivi riguardi per la serietà degli interventi.

Un quadro assai pessimistico? Può darsi. Ma la qualità, modesta, dell’attuale classe dirigente, spinge a tifare per il sì alla riduzione dei parlamentari: osservare per credere, a partire dal Sud. Così come l’incessante tendenza all’intermediazione politica, anche laddove non è necessaria, non aiuta a difendere il sistema così com’è. Conclusione. Ridurre il fatturato complessivo dell’intermediazione è pochino, ma è già qualcosa.

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