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La minaccia che incombe sulle regioni del Mezzogiorno è quella di un’ulteriore doppia divergenza economica e sociale. La prima l’abbiamo già vissuta con la pesante crisi finanziaria del 2008-2013, tra Sud e Centro-Nord a livello nazionale e tra Italia e le economie avanzate dell’Europa, Germania in testa ma anche con la Francia. La Banca d’Italia ha più volte sottolineato che nella prima recessione del XXI secolo le regioni meridionali hanno subito un tracollo del reddito del 13,5 per cento e dell’occupazione del 9,5 per cento rispetto al calo del 7,1% e dell’1,1% del Centro Nord. Fino al 2019 il Sud non aveva ancora recuperato redditi e lavoro perduti. Anche per questo un’ulteriore doppia divergenza, a causa degli effetti economici e sociali provocati dalla Covid-19, avrebbe effetti drammatici e nefasti. Drammatici perché recuperare le posizioni perdute nella prima recessione quando è esplosa una seconda e forse ancora più pesante recessione è impresa improba; nefasti perché il rischio è di un’altra ondata emigratoria di gruppi più giovani e motivati rispetto al milione e più di persone che già hanno lasciato il Mezzogiorno negli ultimi 10 anni.

La domanda d’obbligo è semplice: in coscienza, cosa stiamo facendo per fronteggiare questa doppia sfida? Abbiamo consapevolezza, piena e profonda, della gravissima minaccia che rischia di fare del Sud una terra in via di spopolamento, oltre che di inverno demografico?  

L’Istat ha certificato che nel 2019 il calo della popolazione è stato del 6,3 per mille, dato questo frutto del crollo delle nascite e dei cambi di residenza a causa dell’emigrazione. Questa forbice, meno nascite e più anziani, se non fronteggiata adeguatamente farà del Mezzogiorno un territorio senza speranza di futuro.

Di fronte a questa domanda cruciale le persone impegnate nella politica e nelle amministrazioni, donne e uomini, senza distinzione di ceto, cioè se impegnate negli organi politici oppure nelle diverse burocrazie, dovrebbero per un atto d’amore abbandonare le posizioni precostituite, i pregiudizi e le polarizzazioni strumentali a fini elettorali, e porsi in ascolto dei drammi in atto, e poi con un atto di generosità concordare, tutti insieme, un programma di pochi punti per dare una risposta credibile e condivisa. In verità, la domanda riguarda anche la società civile, cioè tutti gli individui che la compongono, la animano e la fanno vivere e sperare. In particolare, riguarda le persone con responsabilità di orientamento, dai docenti ai sacerdoti, dagli imprenditori ai dirigenti sindacali, dai manager ai magistrati, e non per finire, ai giornalisti chiamati a uno sforzo epocale di studio, approfondimento, passione e interpretazione.

Il primo punto riguarda noi tutti, cioè il Mezzogiorno in tutte le sue articolazioni, e l’Europa. Sì, l’Europa con le sue tensioni e con le sue alte lezioni democratiche e umane dei leader più avveduti, a partire dal Trattato di Roma del 1957 (dopo l’invasione dei carri armati sovietici dell’Ungheria, 1956). I fondatori della Comunità economica europea (Cee) furono sei, in testa Italia Germania e Francia. Oggi l’Ue è composta da 27 Paesi, 19 dei quali hanno scelto l’Euro come loro moneta. Da allora ci sono stati altri sette trattati più un atto unico. Una base legale, civile, economica e politica di alto profilo. Una sintesi incredibile tra diritti umani inviolabili, riconoscimento e tutela delle libertà, individuali, sociali, politiche e regole per l’iniziativa economica. E’ vero, tante sono state le delusioni, ma a riflettere bene, sui grandi temi che interessano l’umanità e le nostre stesse comunità, piccole ed estese che siano, l’Europa unita ha offerto riparo, protezione contro le guerre e le persecuzioni, garanzie sociali, orizzonti economici e di autoaffermazione: un miracolo in un mondo sempre più complicato e difficile da orientare. L’Europa unita ha creato, tra una crisi e l’altra, la più grande esperienza storica di base legale e istituzionale condivisa e di regole per l’integrazione e il funzionamento di economie prima contrapposte e via via sempre più interdipendenti.

Proprio la pandemia ha dimostrato una capacità di iniziativa dell’Unione europea. I suoi nemici, vecchi e nuovi, nazionalisti e sovranisti, di destra e di sinistra radicale, opportunisti e demagoghi, sono rimasti spiazzati. Le iniziative messe in campo, dalla Banca centrale prima e dalle istituzioni politiche europee poi, con in testa la Commissione e il Parlamento, hanno un grande valore concreto e operativo. L’accordo sul Recovery Fund, con la decisione di creare un mercato finanziario obbligazionario europeo per finanziare i 750 miliardi di sovvenzioni e prestiti, rappresenta un passo avanti decisivo verso una più decisa integrazione, e insieme segna la sconfitta dei nuovi e beceri nazionalismi. Ecco, il Mezzogiorno, a cominciare dalle sue élites politiche, culturali e socio-economiche, dovrebbe mettersi al lavoro, prima di tutto per studiare le 65 pagine dell’intesa tra i 27 del Consiglio europeo, e poi per adeguare insieme, tutte le regioni del Mezzogiorno in una cooperazione rafforzata, la loro base normativa ai principi, alle regole e alle aspirazioni della nuova Europa post-pandemia. Il nostro direttore De Tomaso, nell’intervista al ministro del Mezzogiorno Giuseppe Provenzano, ha lanciato l’allarme sul rischio di una ulteriore allargamento dello stato nell’economia e ha auspicato un’azione corale per <superare il divario tra le idee e i risultati>. La strada è questa, la nuova frontiera europea è nel Mezzogiorno. I candidati alle prossime elezioni, a cominciare da Emiliano e Fitto, dovrebbero confrontarsi seriamente e definire insieme un programma operativo sulle scelte strategiche della “New Generation Ue” e insieme sottoporlo alle altre regioni meridionali. Educazione, istruzione, formazione permanente, tecnologie e filiere produttive da sostenere, regole giuridiche, direttive e risoluzioni della Commissione e del Parlamento europeo, economia sociale di mercato e concorrenza nelle economie locali: questi i punti dai quali partire. Emiliano dovrebbe ispirarsi ad Altiero Spinelli. Fitto ai cattolici Sturzo, De Gasperi e Moro. Abbandoni le ciniche sirene nazionaliste.

L’accordo di Bruxelles ha visto protagonisti quattro leader: Angela Merkel in testa con Emmanuel Macron, lo spagnolo Pedro Sànchez e il nostro presidente del consiglio Giuseppe Conte. Merkel è stata decisiva. C’è una tradizione e uno spirito profondo che sta animando gli esponenti della democrazia europea e che rimanda alla ricerca spirituale e politica tra la fine della seconda guerra mondiale e l’avvento dell’europeismo. Tra il 2010 e il 2013 la fondazione tedesca Konrad Adenauer ha recuperato questa tradizione in una serie di seminari. Il primo, il più importante, è stato coordinato da Christoff Bohr, della Cdu, il partito della Merckel, sul tema “Il Cristianesimo come motore della modernità”. Dovremmo rileggere i diversi testi delle conclusioni perché qui ci sono i valori, gli elementi giuridici, le indicazioni normative e programmatiche, le regole e i <canoni costitutivi> della nuova Europa, spirituale, giuridica, politica e sociale. La religione cristiana, infatti, è la base profonda rivalutata dall’evangelica Merkel e da Macron, studente e collaboratore di Paul Ricoeur, il filosofo del <riconoscimento dell’altro e della memoria della propria identità> come base per ricomporre l’Europa inquieta e a volte in lite sugli interessi. E’ con questa Europa che le regioni del Sud devono collegarsi. Con l’aiuto e il sostegno del presidente del consiglio Conte, anche lui sensibile ai richiami della dottrina sociale cristiana e della democrazia dell’ <umanesimo integrale>.

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