Lunedì 01 Giugno 2020 | 07:05

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Quelle parole che cambiano il nostro modo di stare insieme

Il linguaggio, si sa, segue le abitudini degli uomini, talvolta ne rivela l’essenza o ne anticipa gli sviluppi. Funziona così anche in questi tempi di emergenza

Quelle parole che cambiano  il nostro modo di stare insieme

Il linguaggio, si sa, segue le abitudini degli uomini, talvolta ne rivela l’essenza o ne anticipa gli sviluppi. Funziona così anche in questi tempi di emergenza. Nel nostro lessico familiare sono entrati termini specialistici presi in prestito dal vocabolario scientifico, ma anche nuovi significati per parole di largo uso. Mascherine, per esempio. Era termine riservato alle sale operatorie e alle feste di Carnevale per i bambini, per gli adulti bastava maschere. Famose e altrettante costose quelle di Venezia. Nel 2020 d.c. (dopo Coronavirus) le mascherine sono solo quelle tristi per proteggere bocca e naso. «Dpi» - dispositivi di protezione individuale - le classifica l’algido linguaggio tecnico burocratico.

Nel nuovo lessico sono entrate parole che ci cambiano la vita. La prima è assembramento. «Riunione occasionale di persone all’aperto per dimostrazioni o altro; anche affollamento in genere», è la definizione del Treccani. Oggi indica il nuovo «reato» di massa in cui incorrono gli italiani, punito con una severità senza precedenti: anche 3.000 euro di multa se l’assembramento avviene nell’ambito della cosiddetta «movida», parola ormai tabù. 

La gravità della sanzione richiama la «radunata sediziosa» – reato vero – punita dall’articolo 655 del Codice penale con l’arresto fino a un anno. La norma penale fissa però un numero preciso di partecipanti perché possa configurarsi il reato: almeno dieci. Non sappiamo invece quando si realizza un assembramento: da cinque in poi? Da venti? Oppure è a discrezione dell’autorità che interviene? Boh, aspettiamo magari il prossimo Dpcm.
L’altro termine entrato di forza nel linguaggio pubblico è «distanziamento sociale». Nella pratica è affine al divieto di assembramento, in quanto il senso di entrambi è che le persone – cioè noi tutti – dobbiamo vivere da estranei, come separati in casa. Nel «distanziamento sociale» vi si può leggere fra l’altro una contraddizione in termini: se distanziare significa allontanare, tenere separati, sociale indica al contrario una comunità molto ampia di persone che vivono insieme, appunto una società. La famiglia, ammoniva Cicerone, è la prima società. Da cui la domanda: il «distanziamento sociale» può portare a forme di disgregazione della collettività e addirittura della famiglia? Non è esagerato domandarselo se si pensa ai tanti figli e genitori che, per studio o lavoro, sono in altre regioni o all’estero e non possono rientrare.

Tutte le misure anti-Covid – per quanto dettate dall’interesse supremo di tutelare la salute – si risolvono nell’isolamento della persona. Isolamento che fino all’altro giorno è avvenuto attraverso il forzato confinamento domestico e che oggi è affidato alla capacità di ciascuno di auto-separarsi dai propri simili. In altri termini, dovremmo migrare da una società di persone a un cumulo di individui le cui relazioni possono avvenire solo a distanza, con tutto l’inaridimento umano che questo comporta, o attraverso gli strumenti elettronici, con l’ulteriore isolamento che ne deriva.
Divieto di assembramento e distanza sociale prefigurano così un problema che dal piano sociologico si sposta su quello dei diritti, poiché entrambi prospettano una nuova declinazione della libertà personale. E se durante l’emergenza Covid – proprio perché emergenza – sono state tollerate numerose e pesanti limitazioni alle nostre libertà, oggi siamo di fronte a una prospettiva di lungo o addirittura di lunghissimo termine. Fino a che non ci sarà un vaccino – e pure efficace – e fino a che la stragrande maggioranza delle popolazioni non sarà stata immunizzata, dovremo rassegnarci a vivere con mascherine e distanti dagli altri. Laddove essere «distanti» da un punto di vista fisico comporta allontanamento anche dal punto di vista umano ed etico. Vivere distanti significa di fatto svegliare l’individualismo che riposa in ciascuno.

Oggi condanniamo come irresponsabili quei giovani che si «assembrano» dopo mesi di solitudine per bere uno spritz o una birra. Un’incoscienza, si dirà. Ma forse anche una forma di ribellione e che potrebbe sfociare in una vera e propria disubbidienza civile. Una questione seria da affrontare fuori dalle logiche paternalistiche oggi in campo, visto anche che si prospetta un futuro costellato di altre pandemie. Occorre riflettere e chiarire fino a che punto le libertà individuali, tipiche dello Stato liberale, si possano esercitare nella forma in cui sono state vissute fino a qualche mese fa. Occorre riflettere e chiarire fino a che punto l’interesse pubblico possa prevalere sull’interesse personale, atteso che quel «personale» indica un atteggiamento sì individuale, ma comune a un numero rilevante di persone.

Nell’attesa, siamo tutti invitati a non assembrarci e a mantenere il distanziamento a-sociale.

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