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Ma l’Europa senza solidarietà non sopravvive

In fondo, il «Mare nostrum» resta la culla della civiltà e non sarà un virus arrivato dalla Cina a farlo diventare la sua tomba

Compleanno turbolento per il premier Conte: spegne 55 candeline con la crisi di governo

Cè una parola chiave che ricorre in molte Costituzioni e documenti internazionali; che compare in più punti nel Trattato di Lisbona, sottoscritto il 13 dicembre 2007 dai 27 partners europei; e che soprattutto dà il titolo a uno dei capitoli della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione. Questa parola è «solidarietà». E sta a significare una sostanziale convergenza o addirittura un’identità di interessi, di idee, di progetti e magari di sentimenti.

Ebbene, sotto l’effetto devastante dell’epidemia di coronavirus e il suo dirompente impatto economico, oggi questa parola sembra scomparsa dal vocabolario europeo. O almeno, da quello istituzionale dell’Ue sfregiata ora anche dalla “dittatura parlamentare“ di Orbán in Ungheria. Nei fatti e nei comportamenti concreti, oggi la solidarietà viene rinnegata dall’atteggiamento dei Paesi per così dire «euroegoisti» con in testa la Germania e l’Olanda. Tanto da indurre il premier socialista del Portogallo, António Costa, al termine del fallimentare Consiglio europeo di giovedì scorso, a definire “ripugnante” l’intervento con cui il ministro delle Finanze dei Paesi Bassi, Wopke Hoekstra, ha chiesto che la Commissione avvii un’indagine sui motivi per cui alcuni Paesi – tra cui l’Italia e la Spagna - sostengono di non avere margini di bilancio per fronteggiare l’epidemia di coronavirus, benché l’eurozona sia in crescita da sette anni, il periodo più lungo dalla nascita della moneta unica nel 1999.

«Meschinità – ha commentato Costa senza mezzi termini – che minano lo spirito europeo e possono rappresentare una minaccia per il futuro dell’Unione».

Tutto ruota, a proposito di convergenza o identità di interessi, intorno alla questione dei cosiddetti eurobond: cioè dei titoli pubblici che nove Paesi, tra cui l’Italia, hanno proposto di emettere con la garanzia di tutti i partners, per finanziare l’impegno straordinario contro l’emergenza provocata dalla pandemia di coronavirus. Un nemico comune e invisibile, contro il quale gli Stati Uniti hanno appena stanziato l’astronomica cifra di 1200 miliardi di dollari. E questa stessa strada, secondo molti, dovrebbe seguire anche la Bce, con un’immissione diretta di liquidità a favore di imprese e famiglie per contrastare la minaccia incombente della recessione.

Ma, per tornare agli eurobond, qui non si tratta di regalare soldi a nessuno. Si tratta piuttosto di offrire ai mercati uno strumento finanziario per sostenere la guerra contro il coronavirus, acquistando titoli di debito garantiti dai singoli Stati e in solido da tutta l’Unione. Per fare un paragone, è come se una persona in gravi difficoltà, costretta ad affrontare improvvisamente un intervento chirurgico urgente, chiedesse a un parente o a un amico non già di prestargli soldi, bensì solo di garantire che verranno restituiti alla banca o alla finanziaria con i dovuti interessi. Ed è noto che il debito pubblico dell’Italia, per quanto ammonti a circa 2.400 miliardi di euro (dicembre 2019 – Bankitalia) e sia il terzo del mondo, è considerato tecnicamente sostenibile: sia in ragione del nostro patrimonio immobiliare, pubblico (283 miliardi, secondo l’ultima stima 2015 del Tesoro) e soprattutto privato (oltre 6.000 miliardi); sia in forza del risparmio privato che ammonta a 4.290 miliardi (Unimpresa-dati Bankitalia). Siamo, insomma, un Paese “too rich to fail”, troppo ricco per fallire.

A questo punto, se i Paesi «euroegoisti» non acconsentiranno a un’operazione del genere accettando l’ultimatum del premier Conte, l’Unione europea rischierà davvero di saltare in aria, con tutta l’economia continentale e la moneta unica. Si tornerà indietro nella storia della nostra civiltà. E ne pagheranno inevitabilmente le conseguenze anche i più “rigoristi”, in termini di produzione, occupazione, benessere e sicurezza sociale. Ecco perché il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, ha richiamato gli Stati a non essere “miopi ed egoisti”. E per le stesse ragioni il presidente Mattarella, nel suo appello di venerdì scorso, ha sollecitato l’Europa a intervenire “prima che sia troppo tardi”.

Se ciò malauguratamente non dovesse accadere, l’Italia tuttavia non potrà “fare da sola”, come ha minacciato in uno slancio polemico e provocatorio il nostro presidente del Consiglio. E non potrà per il semplice motivo che in una situazione così inedita e complessa, mentre l’emergenza sanitaria s’incrocia con quella economica e sociale, nessuno in realtà può fare da solo per vincere questa guerra e imboccare la strada della ripresa. Torna in gioco, allora, la prospettiva di un’Europa “a due velocità” che in passato era stata vagheggiata dai Paesi più forti contro quelli più deboli. Ma ora sono proprio questi ultimi che devono riuscire a fare della loro debolezza la propria forza: vale a dire, mettersi insieme, riunirsi e sostenersi a vicenda, per compensare così l’egoismo degli altri e difendere il valore della solidarietà.

Il «nocciolo duro» è quell’Europa meridionale composta originariamente da 7 Paesi (Francia, Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Malta e Cipro) che già avevano dato vita a EuroMed. A questi si sono aggiunti subito Irlanda, Belgio, Slovenia e Lussemburgo, nella richiesta comune di emettere gli eurobond. Non c’è bisogno di essere matematici o statistici, per prendere la calcolatrice è verificare che si tratta già di mezz’Europa: oltre 218 milioni di abitanti su un totale di 446, con una superficie di circa 2 milioni e mezzo di chilometri quadrati su 4 complessivi (dati Eurostat). E intanto, altri partners si orientano nella stessa direzione, configurando così una maggioranza favorevole ancora più larga.

Se dunque l’Europa del Nord dovesse rifiutare e rinnegare la solidarietà, allora potrebbe essere l’Europa del Sud a prendere l’iniziativa, per mettere in cantiere l’emissione di titoli comuni, garantiti da tutti gli Stati aderenti al progetto. Vorrà dire che eventualmente, al posto dell’orribile denominazione di “coronabond”, li chiameremo magari euroMed-bond. Non avranno lo stesso valore economico e finanziario, ma offriranno pur sempre una garanzia di valori storici, culturali e artistici; di creatività e di fantasia; di capacità manifatturiera; di filiera agro-alimentare; di produzione energetica più «pulita»; di patrimonio ambientale e di industria turistica. Forse saremo costretti in futuro ad acquistare meno auto tedesche e svedesi, a consumare meno birra olandese, ma magari potremo impedire alla Germania o ad altri Paesi europei di spacciare con i loro marchi il parmigiano reggiano o la «feta« greca come prodotti doc. In fondo, il «Mare nostrum» resta la culla della civiltà e non sarà un virus arrivato dalla Cina a farlo diventare la sua tomba.

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