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I maestri della scrittura raccomandano di non esagerare con gli aggettivi. E se e quando si riuscisse ad eliminarli - aggiungono i più spartani - sarebbe il top. Gli aggettivi, infatti, si addicono alla produzione pubblicitaria che, per sua natura, deve stupire lettori, telespettatori e consumatori. Di qui l’abuso dei termini qualificativi ad hoc, specie di quelli che incantano o stroncano.
Analoga moderazione, nel ricorso agli aggettivi, andrebbe auspicata, e a volte pretesa, anche in economia, dove - sempre per stupire il grande pubblico - si fa spesso un uso smodato di parole altisonanti e rassicuranti, come se l’attività di generare lavoro e ricchezza non fosse di per sé un’azione moralmente irreprensibile. Non a caso, si ritiene sempre più indispensabile accompagnare la parola impresa - ma lo stesso discorso vale per il vocabolo banca -, con una variegata aggettivazione: etica, sociale, solidale, territoriale eccetera.
Fu Luigi Einaudi (1874-1961) a scrivere pagine sovrane, purtroppo non definitive, contro la banca caratterizzata dall’aggettivo. La banca è un’impresa e, come tutte le imprese, non deve esibire aggettivi. Se la banca dispensa aggettivi, era il senso della lezione einaudiana, evidentemente l’allocazione delle risorse obbedirà ad altri criteri, diversi da quelli della redditività e profittevolità. Ma una banca che sbagliasse nell’allocazione del credito o non puntasse alla redditività, tutto farebbe tranne che produrre sviluppo, benessere e «socialità», perché sarebbe costretta paradossalmente a limitare il suo raggio d’azione e a comprimere gli investimenti.
Già non si sa mai se un finanziamento sarà rimborsato con i dovuti interessi, dal momento che nessuno può leggere nel futuro: basta poco, vedi l’imprevedibile vicenda del coronavirus, per creare sconquassi economici in mezzo mondo.

Figuriamoci se la filosofia del credito dovesse obbedire a logiche segnate dagli aggettivi: il rischio di finire fuori pista, in questo caso, sarebbe più probabile di una nevicata invernale sul Monte Bianco.
Purtroppo il sistema industriale italiano, come riconoscono tutti, soffre di un peccato originale: non solo, a differenza di ciò che accade all’estero, è troppo bancocentrico, ma questa bancocentricità non ha mai agevolato la formazione di un vero mercato di capitali. Non lo ha mai agevolato perché la cultura prevalente, nel Belpaese, giudica come figlio del demonio tutto ciò che evoca o richiama la finanza. Ma la finanza è neutra, la sua angelicità o diabolicità dipendono esclusivamente dall’uso che se ne fa. Una cosa è certa, però. Senza un moderno sistema finanziario non si progredisce da nessuna parte, come già qualche secolo addietro avevano intuito gli intraprendenti mercanti e banchieri toscani, grazie ai quali la città di Firenze diventò in Europa ciò che oggi è la city londinese e gli artisti italiani (superpagati) ebbero modo di esprimere tutto il loro genio. In soldoni: senza finanza non ci sarebbe stato il Rinascimento, l’età del primato italico nella cultura mondiale. Sì, perché le idee e l’estro individuali sono tutto, ma, senza supporti finanziari, rischiano di sfociare nel nulla. Idem le iniziative imprenditoriali.
Non è senza motivo, allora, il fatto che le nazioni più dinamiche dispongano di un modello di banca capace di coniugare credito e finanza, non foss’altro che per meglio spalmare le sorprese negative sempre in agguato.

La vicenda della Banca Popolare di Bari (indipendentemente dagli ultimi clamorosi sviluppi giudiziari all’esame della magistratura) dovrebbe essere l’occasione per approfondire il rapporto tra banche e sistema produttivo, tra banche e realtà circostante. Specie nel Mezzogiorno.
Prima riflessione. Ormai costituisce un azzardo pensare di dover fare banca tenendo a mente solo il territorio. E se il territorio precipitasse in una crisi economica terribile, quale sarebbe il destino della banca di riferimento?
Seconda riflessione. Quando una banca supera determinate dimensioni, il suo ingresso nel club delle società per azioni non solo è scontato, ma per certi versi è pure auspicabile. La contendibilità di un’impresa o di una banca, infatti, costituisce la migliore garanzia per una gestione sana e redditizia da parte della governance.
Ora. Al salvataggio ufficiale della Popolare di Bari manca solo il sì di un ramo del Parlamento. Insomma, è cosa fatta. Seguirà la trasformazione in s.p.a. come sollecitano i due soccorritori: il Fondo interbancario di tutela dei depositi e il Mediocredito Centrale.

I correntisti sono garantiti, e qualcosa verrà fatto pure per gli azionisti, specie per quelli che dimostreranno irregolarità da parte della struttura. Ma la sfida prossima ventura riguarderà proprio la tipologia, o meglio la filosofia della nuova banca.
Il Sud ha bisogno urgente di innovazione finanziaria. Una banca che si limitasse solo alla concessione del credito, senza svolgere opera di pedagogia finanziaria, sarebbe una banca a metà, poco attrezzata a promuovere lo sviluppo, che è difficile da ottenere agendo solo sul binomio prestito-mutuo. Il prestito, come si usa dire, non fa capitale. E al Sud proprio i capitali, sostenuti da una crescente mentalità imprenditoriale, servono più del pane, come già intuì un intellettuale (al di sopra di ogni sospetto) del calibro del lombardo Carlo Cattaneo (1801-1869), che in una lettera al siciliano Francesco Crispi (1818-1901), sostenitore della rivoluzione agraria, sottolineò come distribuire la terra senza capitali equivalga a regalare una botte senza vino.

I primi passi dei due commissari alla guida della Banca Popolare di Bari vanno nella (giusta) direzione di conciliare credito e finanza: non si deve tralasciare la clientela tradizionale, si deve finanziare l’apparato produttivo attraverso gli strumenti innovativi studiati e prodotti dal mercato.
Anche perché, nel Sud, bisogna combattere l’ossessione del potere che alberga in molte imprese. Un’ossessione che porta parecchi imprenditori a indebitarsi fino al collo pur di non dover condividere le responsabilità patrimoniali e gestionali con soggetti pronti a investire quattrini trasformandosi in soci a tutti gli effetti dell’azienda.
Ecco. L’evangelizzazione finanziaria è una bella sfida, che al Sud gioverebbe assai e assicurerebbe buoni frutti.

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