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Ma una salute d’acciaio ha bisogno di tre condizioni

Non saranno i miliardi di euro, messi sul piatto dall'Unione Europea per l'avvio della transizione energetica tramite l'incentivazione della decarbonizzazione a bilanciare il deficit di fiducia che i tarantini hanno ormai somatizzato in anni di annunci smentiti

Ilva, nel piano Mittal Marcegagliaspuntano oltre 2400 esuberi

Non saranno i milioni, anzi i miliardi di euro, messi sul piatto dall'Unione Europea per l'avvio della transizione energetica tramite l'incentivazione della decarbonizzazione a bilanciare il deficit di fiducia che i tarantini hanno ormai somatizzato in anni di annunci puntualmente smentiti e sofferenze sotto varie declinazioni patite. Ma da qualche parte bisogna pure iniziare e se si parte potendo contare su una dote finanziaria, si è già quasi a metà del viaggio.

Le indiscrezioni che giungono dai palazzi romani, d'altronde, non fanno presagire nulla di buono, allo stato delle cose, sul futuro dello stabilimento siderurgico di Taranto. Le parti, ovvero ArcelorMittal da una parte e il Governo e i commissari dell'Ilva dall'altra, continuano ad essere distanti sulle cifre in ballo e distinti sulla strategia industriale (Mittal è scettica, dati di mercato alla mano, nell'ipotizzare una produzione di 8 milioni di tonnellate di acciaio all'anno, e dunque preferirebbe mettere subito mano agli esuberi, mentre il Governo sa che solo alzando la produzione si possono giustificare gli attuali livelli occupazionali). C'è chi non esclude, addirittura, che si possa decidere di demandare alla magistratura (stavolta a quella milanese), la risoluzione del contenzioso, presentandosi senza accordo il prossimo 7 febbraio al cospetto del giudice Marangoni.

Il piano europeo potrebbe cambiare decisamente le carte in tavola: perché finalmente non solo sparisce lo spauracchio degli aiuti di Stato in presenza di finanziamenti pubblici alle aziende ma addirittura è l'UE a sostenere direttamente – malgrado sull'entità delle risorse realmente stanziate circolino dubbi non privi di qualche fondamento, rilanciati ieri dall'ex governatore Raffaele Fitto - l'abbandono del carbone e la riconversione degli impianti inquinanti. Ma bisogna che sul punto le parti si intendano. ArcelorMittal ha fatto le sue fortune in Europa sul ciclo integrale e pur conscia che nel 2050 occorrerà comunque eliminare il carbone, sa bene che decarbonizzato un impianto, bisognerà decarbonizzarli tutti in quanto nessuna comunità accetterà di essere più inquinata di un'altra, a parità di regole. La multinazionale, come tutte le aziende del settore, sicuramente saluta con favore il piano di incentivi varato dall'Unione Europea – più volte richiesto, peraltro – ma sa bene che la riconversione degli impianti è un pezzo della questione perché poi c'è da fare i conti col fattore prezzo (i forni elettrici inquinano meno di quelli tradizionali ma sono energivori e senza una tariffa dedicata mettono fuori mercato le produzioni) e con quello qualità (il ciclo integrale viene preferito proprio per i livelli qualitativi garantiti). Dunque, giustamente da par suo, tira il freno, non dimentica del quasi miliardo di euro di perdite accumulate nel primo anno di gestione del complesso aziendale ex Ilva. Lo Stato, nei 30 anni di gestione dell'acciaieria tarantina, non ha mai brillato nei conti economici e in quelli ambientali: che ci riesca adesso è tutto da dimostrare.

Morale della favola: i fondi europei possono essere uno strumento formidabile di risoluzione della crisi del siderurgico di Taranto solo se calati in un piano industriale sostenibile nelle sue tre declinazioni: ambientale, occupazionale ed economico. Negli incontri che si tengono nei palazzi romani però della questione ambientale, legata a quella sanitaria, pare non essercene traccia. Ed è un errore: perché fino a quando non ci sarà qualcuno di terzo e autorevole che dirà ai tarantini che la produzione di acciaio che si intende fare non avrà ripercussioni sulla loro salute, non ci saranno incentivi adeguati a contrastare timori, paure e ansie.

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