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I tagli da fare per recidere la malapianta della corruzione

L’ostinazione dei governanti, al centro e in periferia, a perseverare nell’errore potrebbe essere attribuita all’influenza del demonio, se non fosse che molte pratiche sbagliate sono figlie, invece, di convinzioni e ragionamenti in buona fede

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Albert Einstein (1879-1955) era superlativo non solo nella conoscenza della fisica, ma anche nella scoperta del genere umano. «La follia consiste nel fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi», sosteneva il padre della teoria della relatività, forse pensando alla classe politica italiana.

Come dargli torto? L’ostinazione dei governanti, al centro e in periferia, a perseverare nell’errore potrebbe essere attribuita all’influenza del demonio, se non fosse che molte pratiche sbagliate sono figlie, invece, di convinzioni e ragionamenti in buona fede.

Prendiamo il caso dell’evasione fiscale, che accende gli animi più di una finale di Champions League. Si sa, come ha scritto l’altro ieri il professor Enrico De Mita, che più leggi ad hoc si fabbricano più l’infedeltà fiscale si diffonde nella popolazione. Ma la verità dei fatti, purtroppo, raramente fa breccia tra legislatori e decisori vari. Meglio insistere - pensano quest’ultimi - nella linea tenuta fin qui, nella speranza che le cose cambino e che il mitico scienziato possa sbagliarsi. E invece Einstein, che non a caso era un genio, non si sbagliava.

Passiamo ora al fenomeno della corruzione che, come ha lasciato intendere Raffaele Cantone, si è fatta più proteiforme delle antiche divinità greche. Dai tempi del grande storico latino Tacito (56-120 dopo Cristo) è assodato, nei testi che fanno testo, che l’eccesso di norme costituisce la causa primaria della corruzione di uno Stato. Parole al vento. La gara a produrre leggi in quantità industriale non conosce intervalli. E i risultati si vedono. La corruzione avanza inarrestabile come l’imbattibile Varenne, uno tra i migliori trottatori di tutti i tempi.

Il binomio tra legificazione esasperata e statalismo capillare, al centro e in periferia, è micidiale.

L’ultima conferma arriva dall’inchiesta foggiana sulle nomine in alcuni enti controllati dalla Regione Puglia. Ma è proprio necessaria l’esistenza dei Consorzi di bonifica che oltre a brillare nello sprofondo rosso finanziario (a carico sempre dei contribuenti pugliesi), non danno prova di particolare efficienza (eufemismo)? E se si sopprimessero non sarebbe meglio? È davvero giustificabile l’esistenza di una miriade di enti sub-statali e sub-regionali che avrebbero destato scandalo persino nell’Unione Sovietica di Leonid Breznev (1906-1982)?

Ovvio. Se la classe politica può decidere nomine, incarichi e consulenze, la trasparenza rimarrà un miraggio perché la prospettiva di assicurarsi i voti alle elezioni è, per un politico, più eccitante di una crociera con Belèn Rodriguez. Di qui l’ossessione di crearsi un cospicuo serbatoio di consensi elettorali, il che, quasi sempre, si traduce in un aumento vertiginoso della spesa pubblica che, a sua volta, comporta un continuo rialzo della pressione fiscale (con relativa evasione). In sequenza: più statalismo, più clientele, più corruzione, più spesa, più tassazione, più evasione.

Nel Sud, ha sottolineato Cantone, l’esercizio della corruzione creativa, cioè non soltanto monetaria, è più diffuso rispetto al Nord. Logico: nel Mezzogiorno sono più ristretti i confini e i contorni dell’economia libera, ma anche il Settentrione non scherza col malaffare che, colà, è assai più evoluto e raffinato.

Il potere di fare le nomine e distribuire i quattrini pubblici (che poi sono sempre dei cittadini privati, tassati) è devastante, spesso deleterio. Le sue degenerazioni hanno prima screditato e poi accoppato l’Intervento Straordinario nel Mezzogiorno che, dopo tre lustri di applausi a scena aperta, è inciampato nel disdoro generale, oltre che nelle inchieste della magistratura più attenta. Morale: anziché sfociare in un programma di sostegno alle aree economiche più deboli del Sud, la Cassa per il Mezzogiorno (fatta salva, ripetiamo, l’ottima fase iniziale) ha prodotto un flusso di potere (e denaro) per i ceti politici più spregiudicati e un fiume di quattrini (e relazioni) per la Razza Padrona più spregiudicata, che a volte ha utilizzato i finanziamenti dello Stato anche per assegnarsi emolumenti, compensi da capogiro, a prescindere dalla situazione dei bilanci aziendali.

Il Sud avrebbe avuto bisogno, soprattutto, di incentivi automatici (non discrezionali), di incentivi basati, ad esempio, sul credito di imposta o su altre formule in grado di agevolare una fiscalità di vantaggio. Viceversa, si è optato per l’opzione discrezionale, cosicché anno dopo anno molte agevolazioni sono servite a irrobustire il portafogli di imprenditori rapaci e le carriere di politici (faccendieri) similari.

Che il sistema complessivo sia più inquinato di un lago di petrolio, emerge anche da un altro spunto offerto da Cantone nella sua relazione finale da presidente dell’Anac, l’Autorità anti-corruzione. Oggi, spesso, la corruzione o la viciniora concussione si esplicano attraverso la concessione o la pretesa di un posto di lavoro in barba alla legge. Il che rappresenta un atto sovversivo della legalità e uno sfregio alla moralità economica, oltre che alla corretta allocazione delle risorse. Roba da rabbrividire.

Lavoro ce n’è poco al Sud e quel poco che c’è sembra distribuito solo in base a calcoli clientelari, di potere. Per fortuna non tutto il Mezzogiorno è così. Per fortuna anche nel Mezzogiorno la cultura d’impresa non è un fantasma.

Ma non basta. È indispensabile, se si vuole davvero combattere la corruzione, i cui costi impediscono la crescita economica, cambiare davvero registro. Serve il rasoio di Occam, teologo e religioso inglese (1285-1347): entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem (non moltiplicate le istituzioni più del necessario).

Contro la corruzione si potranno organizzare i convegni più colti, si potranno promuovere le campagne di mobilitazione più massicce, si potranno approvare le leggi più severe, ma se non si taglierà il nodo perverso tra l’inflazione delle leggi, la discrezionalità degli aiuti alle imprese e la moltiplicazione degli apparati pubblici (guidati dal potere politico), non si verrà mai a capo di nulla. Anzi, il tasso di corruzione crescerà sempre, di giorno in giorno, alla faccia di tutte le declamazioni mediatiche e di tutte e iniziative legislative.

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