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L’ombra del malaffare torna ad allungarsi sulla Regione Puglia. Così come rigore è quando arbitro fischia, il reato c’è quando è accertato in un processo. Però l’inchiesta - questa volta della Procura di Foggia - c’è, ci sono due esponenti politici agli arresti domiciliari e c’è il presidente della Regione Puglia indagato.
Tutto questo accade nel giorno in cui Raffaele Cantone presenta i risultati del suo lavoro all’Anticorruzione e lascia l’autorità con un addio amaro: sembra che quasi più nessuno se ne occupi. I dati presentati fanno accapponare la pelle, ma è assai probabile che serviranno solo per farci qualche bel convegno.

La corruzione è male antico e forse inestirpabile. Il problema è che in Italia, al Nord come al Sud, ha raggiunto livelli tali da compromettere il tessuto economico. Il settore pubblico è per il malaffare come il miele per le mosche. I dati mostrati da Cantone sono impietosi. Gli appalti restano il terreno di coltura più favorevole alla corruzione, che si adegua in maniera camaleontica alla realtà. Non girano più mazzette di banconote, quelle che una volta i finanzieri fotocopiavano per andarle a cercare nelle tasche di chi le aveva incassate. Oggi vige una sorta di baratto corruttivo: altri «favori», altri benefici, posti di lavoro in cambio di un appalto o di una nomina. Come nell’ipotesi investigativa che stanno seguendo i magistrati foggiani.
Il guaio della corruzione è che necessita di una doppia volontà di delinquere: del corrotto e del corruttore. A lungo, dopo la stagione di «Mani pulite», i giuristi si sono scervellati per cercare di distinguere meglio le responsabilità tra i due attori del reato. Cavilli, più che distinzioni, più utili a cavarsela in qualche processo che ad avere effetti nella realtà. La constatazione amara è che di fronte alla massa dei corruttori della più varia risma c’è un numero altrettanto grande di persone che si lascia corrompere.

Che fare? La corruzione è innanzitutto un problema etico. L’onestà è una parola scomparsa tanto dal discorso pubblico che dai dialoghi in famiglia o con gli amici. La morale è dettata dal machiavellico fine che giustifica i mezzi. Tutti e sempre. Di fronte a un figlio che cerca lavoro non c’è onestà che tenga; di fronte a un esame da superare, una raccomandazione è un atto dovuto; dinanzi a una nomina da ottenere, offrire una merce di scambio come un pacchetto di voti o un po’ di soldi è cosa buona giusta. L’elenco potrebbe andare avanti all’infinito, dal piccolo al grande malaffare. Duole dirlo, ma l’Italia è tendenzialmente disonesta. Tanto che molti investimenti stranieri nel nostro Paese si fermano di fronte alla paura delle tangenti da pagare, dei ricatti da subire, dei favori da elargire.

Nel tempo sono stati adottati codici etici, regole amministrative e penali. Hanno avuto l’effetto di mostrare con più evidenza quanto il fenomeno sia radicato e ramificato, ma non ne hanno attenuato la portata. Segno che le misure repressive, così come oggi sono congegnate, sono insufficienti o inefficaci. Il Codice degli appalti, per esempio, sembra fatto apposta per penalizzare gli imprenditori onesti che devono fare gli slalom fra vincoli d’ogni specie. I disonesti riescono ancora a vincere gare grazie a «bandi sartoriali», cioè fatti a misura delle loro caratteristiche. E così possono maneggiare denaro pubblico e organizzare una rete di scambi criminali sempre più alla luce del sole. C’è anche una sfrontatezza, se non un’ostentazione. Un’offesa ulteriore alla dignità di chi è costretto ad assistere a questi scempi.

Per essere efficaci le misure repressive devono essere innanzitutto tempestive. Fino a che il nostro sistema giudiziario emetterà condanne dieci o venti anni dopo i fatti, la corruzione - come molti altri reati - continuerà a dilagare. E qui torna in ballo la denuncia di Cantone: è il legislatore che deve trovare la soluzione, che deve predisporre gli strumenti più efficaci. Ma il legislatore è un politico, sempre più affamato di consensi e - dopo il taglio dei parlamentari - ancora più pronto a scendere a patti per mantenere una poltrona a Roma. Ci sarà il coraggio di varare misure davvero efficaci per fermare questo tumore della nostra economia e della nostra morale pubblica? Difficile rispondere. Di certo l’onestà non è più percepita come un valore o una virtù. In Capitanata come in Basilicata, a Milano come a Roma. Città che vai, corruzione che trovi.

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