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Fino a quando il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, riuscirà a raffreddare i bollenti spiriti di Matteo Salvini e Luigi Di Maio?

Il presidente del Consiglio incaricato, Giuseppe Conte

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Fino a quando il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, riuscirà a raffreddare i bollenti spiriti di Matteo Salvini e Luigi Di Maio? Finora il capo del governo, sostenuto, nelle sedute ministeriali, da Giovanni Tria (Economia) ed Enzo Moavero Milanesi (Esteri), ha saputo troncare e sopire le impuntature dei due azionisti di maggioranza della coalizione legastellata, ma la rottura sull’Alta Velocità è stata troppo rumorosa e rissosa per rimanere priva di conseguenze dirompenti. Oddio, la politica è segnata da mille variabili, tra cui bisogna inserire al primo posto l’istinto di conservazione (al seggio) che accomuna il grosso dei parlamentari.

Anche la prospettiva di una riduzione strutturale del numero dei componenti di Camera e Senato disincentiva la tentazione a chiudere anzitempo la legislatura per richiamare gli elettori alle urne. Ma il fuoco amico che scandisce i rapporti all’interno dell’alleanza si è infittito a tal punto che solo un inguaribile ottimista scommetterebbe oggi sulla sopravvivenza quinquennale della compagine guidata da Conte.
I punti di contrasto tra Lega e M5S sono così numerosi che, forse, un giorno o l’altro, costringeranno Salvini e Di Maio a presentarsi davanti alle telecamere per ratificare in diretta un divorzio che, oggi, solo loro due (insieme con Conte) sperano di evitare.

Entrambi hanno investito parecchio nella diarchia gialloverde. Salvini vi ha investito le parole d’ordine della Lega (più sicurezza, meno immigrazione) che gli hanno permesso di accrescere i consensi e di ridimensionare assai il ruolo e il peso di Silvio Berlusconi. Obiettivo finale, per il Capitano leghista: ambire successivamente alla guida del centrodestra senza scendere a patti con i potenziali alleati (Forza Italia e Fratelli d’Italia). Di Maio vi ha investito parte del repertorio delle proposte grilline (ieri il reddito di cittadinanza, oggi il salario minimo) nella speranza di caratterizzare in senso pentastellato il bilancio complessivo del governo.

Di Maio rischia di più da un’eventuale definitiva separazione da Salvini. Rischia di più non solo perché, in caso di elezioni anticipate, sarebbe il Carroccio a fare il pieno dei consensi. Rischia di più perché il Movimento oggi è più surriscaldato di una pentola in ebollizione. Basterebbe un nonnulla per spingere Roberto Fico e Alessandro Di Battista a rompere gli indugi e a rinfacciare platealmente a Di Maio la fiducia riposta in Salvini. In effetti, Di Maio sembra legato mani e piedi al ministro dell’Interno.
Un tempo poteva pure verificarsi che lo stesso leader di partito alternasse più forni per apparecchiare una maggioranza di governo. Adesso, non sarebbe più possibile, specie in una formazione identitaria come quella stellata. Ergo, ci si deve rassegnare a restare vincolati a una sola formula, a un’alleanza senza varianti, a meno che non ci si ritrovi nella fortunata condizione di essere il padre padrone assoluto di un partito. Il che non sembra oggi lo status di Di Maio, anche alla luce delle recenti regressioni elettorali del M5S.

Finora era il sostanziale comune anti-europeismo a unire il populismo grillino e il sovranismo padano. Oggi, però, l’Europa non è più in bilico come un anno fa. Le votazioni di maggio non hanno provocato alcun ribaltone nell’assemblea di Strasburgo, controllata tuttora dalle tradizionali forze tifose dell’Unione. Non solo. I giochi per le nomine dei vertici europei si sono svolti senza la partecipazione delle sigle anti-eurpeistiche, tra cui la Lega salviniana.
E siccome l’anti-europeismo non costituisce più un mastice onnicomprensivo tra M5S e Lega, emergono con la possanza di un elefante, le divergenze tra i due alleati, ormai in disaccordo pressoché su tutto.
Il Tav, come l’autonomia differenziata, è uno tra i simboli più percepiti di questa opposta visione di governo. Conte era riuscito a predisinnescare la miccia ricordando che il dossier Alta Velocità imponeva una scelta obbligata (a favore dell’opera in Piemonte) pena il rischio di pesanti penali, così come prevedono i relativi accordi sottoscritti tra gli Stati firmatari. Ma ciò basterà a schivare lo strappo finale nel governo?

Per certi versi rompere il «contratto» del 2018 sul Tav converrebbe sia al M5S (ma non a Di Maio) sia alla Lega: entrambi potrebbero ripresentarsi alle urne monopolizzando la discussione elettorale sui temi centrali del 2019. La qual cosa potrebbe indurre quasi tutti a rassegnarsi allo scioglimento anticipato delle Camere.
Ma non è facile lasciarsi andare alle previsioni. Il numero dei potenziali attori penalizzati dall’aborto della legislatura in corso è così elevato da poter indurre i più a innalzare mille barricate pur di scongiurare la resa dei conti elettorale. Ma - e riproponiamo con nuovi protagonisti la domanda iniziale - fino a quando il partito trasversale del «no al voto» riuscirà a fare da salvagente per un governo che sta imbarcando acqua, e veleni, da più parti?

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