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Si paga in aula il fascino perverso dell’autonomia

«Il progetto di Bossi fu diluito nella coalizione moderata di centrodestra guidata da Silvio Berlusconi e la visione di una Padania stato indipendente congelata in attesa di tempi migliori»

Si paga in aula il fascino perverso dell’autonomia

Il rito dell’ampolla contenente l’acqua del Po, celebrato annualmente in occasione della Festa dei popoli padani, ha costituito l’emblema della Lega Nord di Umberto Bossi, la “vecchia” Lega di cui l’attuale è la legittima erede, l’unica e dichiarata discendente. Una religione padana e pagana, un’allegoria che sintetizza in maniera emblematica l’ideologia e lo scopo primario della formazione politica lombarda: separarsi dal Sud, attuare la bramata secessione invocata prima a gran voce nelle piazze e poi gridata nelle aule istituzionali di “Roma ladrona”.
L’obiettivo, com’è noto, non fu centrato. Il progetto di Bossi fu diluito nella coalizione moderata di centrodestra guidata da Silvio Berlusconi e la visione di una Padania stato indipendente congelata in attesa di tempi migliori.

Ridotta, tutt’al più, a cori e slogan ripetuti come mantra dai militanti duri e puri. Ma le idee – come il fuoco – covano sotto la cenere e sono dure a spegnersi. Sotto mentite spoglie, il modello riemerge alimentando il dibattito politico da alcuni mesi a questa parte: è l’autonomia differenziata, versione riveduta e corretta dell’indipendentismo voluto dai leghisti e, probabilmente, solo il primo step di un più articolato e ambizioso progetto che ha comunque, in sostanza, sempre lo stesso obiettivo un tempo declinato in maniera più ardita ed esplicita. Separare le sorti – economiche e culturali – delle varie espressioni territoriali del nostro Paese, scomporre le varie parti della scacchiera e le relative pedine.

Ma basta ridenominare qualcosa per farne mutare la natura?
Dipende. In ambito politico, tuttavia, c’è da nutrire seri dubbi. Quando Dick Cheney era Vicepresidente degli Stati Uniti, un guru del marketing che faceva parte del suo staff trovò la soluzione – tanto elementare quanto geniale – per far gradire all’opinione pubblica leggi fino a quel momento osteggiate: cambiare il loro nome. La tassa di successione divenne tassa di morte. L’effetto serra si trasformò in cambiamento climatico. La macchina mediatica fece il resto.
Occorre capire, insomma, cosa si vuole realmente e cosa si propaganda.
Alessandro Manzoni – quando ancora artisti e letterati contavano qualcosa – alla domanda del ministro dell’Istruzione Emilio Broglio su cosa fare per realizzare in concreto il processo di unificazione dell’Italia, anche sotto il profilo linguistico, rispose senza esitazione suggerendo di inviare maestre e maestri toscani in giro per l’Italia ad insegnare quella che sarebbe diventata la lingua comune del Paese. Oggi, i governatori di Lombardia e Veneto, Attilio Fontana e Luca Zaia, rivendicano il diritto di svolgere concorsi regionali per assumere insegnanti e per far rientrare nelle terre d’origine coloro che sono attualmente sparsi per la penisola. Ciascuno a casa propria. Esattamente il contrario di quanto si teorizzava un secolo e mezzo fa, nel tentativo di mettere in ordine le tessere di un puzzle geografico e culturale. Un paradosso, ai tempi della globalizzazione, in cui i flussi centripeti hanno la meglio su quelli centrifughi.

Certo, esistono identità regionali e locali, ma non è questo il punto. Nessuno vuole – né potrebbe – mettere in discussione culture e tradizioni radicate territorialmente, e la nostra architettura costituzionale, difatti, prevede Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni, che si affiancano allo Stato centrale con specifici poteri e funzioni (art. 114 Cost.). Ma esiste poi un’identità nazionale, che fa da collante al tutto: un’identità irrinunciabile, pena lo sgretolamento dell’intera costruzione.
Scelta legittima, ma che va dichiarata.
Sempre a proposito di istruzione – e forse non è un caso che le pretese leghiste ritengano questo uno dei punti qualificanti dell’autonomia differenziata – non si può non prestare attenzione all’opinione di Ernesto Galli della Loggia, che in un talk show ha individuato nell’autonomia rafforzata dei singoli istituti la rovina della scuola, avendo originato scuole dei quartieri ricchi e scuole dei quartieri poveri, scuole delle zone ricche e scuole delle zone povere della penisola. E anche in ambito accademico – aggiungiamo noi – la qualità delle singole università è quasi sempre legata alla mobilità e all’interscambiabilità dei docenti, che consente confronti e scambi tra differenti realtà di studio e di ricerca.

Ma tant’è.
La proclamazione dell’indipendenza della Padania quale obiettivo primario della Lega, del resto, è stata espunta dal suo statuto solo nel dicembre 2017 e sostituita dalla più blanda finalità di trasformare l’Italia in un moderno Stato federale; mentre il termine “Nord” è stato eliminato dal simbolo del partito soltanto in vista delle elezioni politiche del 2018. Tutto questo va spiegato o rammentato a tanti immemori meridionali prontamente saliti sulla quadriga magica lanciata a tutta velocità alla conquista del Paese. Che ne dovrebbero prendere atto per non cascare poi dal pero. Perché la nostalgia dell’ampolla non è facile da mettere a tacere. E il separatismo non è solo un’espressione verbale.

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