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Il tasso di conflittualità e rumorosità tra i partiti raggiunge vette spaziali, ma solo per ragioni di bottega e retrobottega

L'andirivieni in Europa tra Italia e italiani

Giuseppe De Tomaso

Se un marziano dovesse atterrare a Roma e accendere la tv, sarebbe indotto a credere che in Italia si fronteggiano filosofie economiche opposte, tanto è infuocato il clima politico che si respira. Nulla di più diverso. Beninteso: il tasso di conflittualità e rumorosità tra i partiti raggiunge vette spaziali, ma solo per ragioni di bottega e retrobottega, visto che le ricette anti-crisi, sotto sotto, si somigliano molto, anzi quasi quasi si confondono. Nell’era del (presunto) trionfo del liberismo, partiti di governo e partiti di opposizione hanno una linea in comune: più spesa pubblica, più deficit e più debito. Chi più, chi meno, tutti a Roma si aspettano dall’Europa, in particolare dalla neopresidente della commissione, la tedesca Ursula von der Leyen, un occhio benevolo su un ulteriore sforamento del debito. Come se negli anni scorsi i governanti italiani siano stati costretti dagli inflessibili burocrati di Bruxelles a trasformarsi in ministri più rigorosi della buonanima di Quintino Sella (1827-1884).

Dimenticano, o fanno finta di ignorare, i teorici dell’indebitamento a oltranza, che dal 2008 al 2018, l’Italia ha accumulato 553 miliardi di euro di nuove cambiali, qualcosa come il 23% del debito pubblico complessivo.
Eppure, a dispetto delle cifre, che tutto sono fuorché opinioni in libertà, la tesi ricorrente è che il decennio appena trascorso sia stato caratterizzato da brutali politiche di austerità. E meno male che grazie all’intelligenza di Mario Draghi (Bce) l’Italia ha risparmiato quasi 90 miliardi di interessi sul debito, altrimenti il conto delle nuove passività sarebbe stato più salato di un lungo soggiorno tra le stelle dell’universo.
Antonio Gramsci lo bollava (1893-1937) come «sovversivismo delle classi dirigenti». Si riferiva al vizio dei gruppi dominanti, in Italia, di sovvertire regole e procedure democratiche per occupare e difendere posizioni di potere.

Oggi, però, il sovversivismo più diffuso e praticato riguarda il linguaggio, nel cui recinto dilaga la malafede terminologica. Abbiamo appena citato l’esempio del maxidebito sviluppatosi negli ultimi 10 anni. Un dato mostruoso, che certifica la tendenza irresistibile a spendere e spandere, ma per l’opinione prevalente la Penisola ha dovuto patire un decennio di disastrosa e anti-sociale austerità. Verrebbe da chiedere ai cantori della «flessibilità» fino a quanto dovrebbe crescere la mole del debito pubblico, prima di fermare la salita.
Anche la questione del liberalismo e del liberismo è istruttiva assai. A leggere parecchie analisi sembrerebbe che il Paese viva in un contesto di regole disegnate da Adam Smith (1723-1790) e Luigi Einaudi (1874-1961); che il mercato regni sovrano; e che i funzionari dello Stato stiano a spasso perché la mano pubblica si è vista sfilare ogni funzione. Bah.

L’Italia è il Paese in cui le autorizzazioni si rincorrono, si contraddicono e si smentiscono a getto continuo, per la disperazione di onesti e legalitari e per la gioia di disonesti e illegalitari. L’Italia è il Paese in cui lo Stato (cioè la classe politica) è sempre più affamato di un leone. I suoi interventi, le sue invasioni di campo in economia sono più frequenti delle piogge autunnali. Ma, nonostante tutto, nonostante le continue acquisizioni e i giornalieri sconfinamenti da parte dello Stato padrone, il disco più gettonato resta sempre lo strapotere del liberismo, al cui confronto l’implacabile Mike Corleone, il Padrino interpretato da Al Pacino, farebbe la figura di un signore bonario e generoso.

Nessuno vuole tessere le lodi del liberismo che, come tutti gli «ismi» e i tarli ideologici, non è immune da peccati e controindicazioni. Ma come si fa a definire liberista un sistema economico che assorbe più della metà della ricchezza nazionale prodotta; che tassa il lavoro con una voluttà senza freni; e che scoraggia la cultura d’impresa manco fosse il Mein kampf di Adolf Hitler (1889-1945)? Come si fa a definire liberista un Paese in cui non si privatizza e liberalizza più nulla, anzi si agisce in senso contrario? Come si fa a definire liberista un Paese che mira a moltiplicare le istituzioni pubbliche e in cui il dibattito politico non verte sulla competizione/collaborazione tra pubblico e privato, semmai solo sulla risistemazione/redistribuzione del potere tra Stato centrale ed enti locali?

L’ennesima conferma proviene dalla querelle sull’autonomia differenziata delle Regioni. Il Nord vuole decidere da solo l’utilizzo delle risorse tassate. Il Sud vuole che lo Stato centrale continui a fare l’arbitro. Ma l’orchestra delle tre Regioni del Nord diffonde la stessa musica: più spesa pubblica, in autonomia, sì, ma sempre più spesa pubblica.
Pur di conquistare nuove isole di potere, populisti, sovranisti e statalisti vari vogliono scovare il liberismo anche nei settori teleguidati dalle nomenklature di Stato. In questo modo, a furia di accusare il liberismo anche di colpe non sue, o di disastri combinati dai feudatari pubblici, ottengono un doppio vittorioso risultato: la definitiva sottomissione degli sconfitti, l’ulteriore rafforzamento della sfera pubblica e dello Stato pigliatutto.
Davvero un cinico capolavoro semantico, bisogna riconoscerlo: etichettare lo statalismo come liberismo per ottenere ulteriore dosi di statalismo. Cioè di spesa pubblica. Cioè di nuove risorse agli amici del giaguaro, del potente di turno.

Il sovversivismo terminologico ha rovesciato anche alcuni punti fermi che parevano inattaccabili. La stessa classe imprenditoriale (in tutt’Italia) si è in larga parte abituata all’idea di dover dipendere dallo Stato, per cui si programmano investimenti solo in presenza di finanziamenti «ad hoc», non sulla base di un’idea vincente, da finanziare con mezzi propri o con quattrini raccolti sul mercato. Di conseguenza vengono classificati come imprenditori alcuni signori che imprenditori non sono, perché si alimentano solo attraverso la mangiatoia di Stato.

La corruzione delle parole (con il ribaltamento del linguaggio e il testacoda dei termini) è la più grave delle corruzioni perché non ci sono misure preventive e restrittive in grado di sanzionarla o arrestarla. Il che contribuisce a scombussolare scale di valori e regole di buongoverno. Il Belpaese forse non se ne rende conto, ma se è regredito a fanalino di coda dell’Europa, la causa va ricercata nel fatto che la classe dirigente (non solo la classe politica) non ha smesso di dire bugie, che sono la diretta emanazione della corruttela concettuale.

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