Domenica 18 Agosto 2019 | 11:29

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Normalmente si tende a pensare che i risultati elettorali, nel bene e nel male, siano lo strumento più idoneo per avviare riflessioni su identità e programmi

Governo

Recentemente mi è capitato di rileggere «Gemeinschaft und Gesselschaft» di Ferdinand Tonnies. In questo lavoro il sociologo tedesco teorizzava che la gemeinschaft, ovvero la comunità, si costruisce attraverso una visione in grado di far sentire l’essere umano parte integrante di un tutto per il tramite di valori condivisi. Di contro la gesellschaft, ovvero la società, in quanto categoria anonima oltre che anomica come avrebbe detto Durkheim, si basa su una forma di relazione sociale molto simile a quella del contratto stipulato tra individui impegnati nel perseguimento di interessi di parte, sebbene legittimi. Attualizzando il significato di questa teoria, potremmo aggiungere che la comunità si fonda su una convivenza «durevole», mentre la società si sviluppa sul presupposto di una convivenza che lo stesso Tonnies definisce come «passeggera e apparente».

Certo, quando lo studioso di Kiel scrisse quest’opera l’umanità stava imboccando con determinazione la via della società di massa e non immaginava che con l’era postindustriale e soprattutto con la rivoluzione digitale saremmo entrati con prepotenza nella network and connective society o nella platform society, come il sociologo catalano Castells e il teorico della comunicazione olandese van Dijk amano definire il nostro tempo. Ma tant’è. Almeno se proviamo a fare un’analisi della rappresentazione (e quindi della percezione) della conflittualità presente tra i due partiti di maggioranza. Occasione utile per evidenziare la sfida, assai più grande, che tutti i partiti hanno davanti.

In questi giorni abbiamo letto più volte dell’importanza della data del 20 luglio. Data dai più indicata come una sorta di linea di confine tra la prospettiva della stabilità (e quindi della programmazione o in alternativa del “tirare a campare”) e quella della instabilità totale. Non mi sembra il modo migliore per mettere a fuoco la vera posta in palio sia per il Governo, sia per l’intero sistema politico italiano così come determinatosi dopo le ultime elezioni. Non si tratta di oltrepassare un ostacolo diacronico, quanto di verificare una volta per tutte la volontà di andare avanti con l’attuale esecutivo in una logica di assenza di precarietà. Chi scrive riconosce al premier Conte, assai sensibile alla tenuta del sistema istituzionale del Paese, la capacità di assolvere alla funzione di mediazione tra due partiti le cui identità sono apparse fin dall’inizio molto differenti, anche se non incompatibili. Chi scrive riconosce ai leader di questi partiti la determinazione, pur di assecondare l’istanza di cambiamento presente nel tessuto sociale, ad essere conseguenziali rispetto agli impegni assunti finora, approvando misure importanti in ambito economico (decreto dignità, reddito di cittadinanza, quota cento, pace fiscale, decreto crescita, sblocca cantieri) o in tema di contrasto all’immigrazione clandestina (decreto sicurezza nella sua doppia versione). Ma è sufficiente tutto questo per riuscire a dare al processo di costruzione (o di ricostruzione) identitaria di Lega e Cinque Stelle una prospettiva che rilevi almeno nel medio termine?

Cominciamo con Salvini. Normalmente si tende a pensare che i risultati elettorali, nel bene e nel male, siano lo strumento più idoneo per avviare riflessioni su identità e programmi. Vero, ma non sempre è così. Paradossalmente quel 35% di consenso di cui gode il Capitano è, specie se pensiamo alla sua spendibilità nella gestione del presente e nella costruzione degli assetti futuri, molto più difficile da amministrare del 17% di cui dispongono i pentastellati. Semplificando, possiamo dire che Salvini ha davanti a sé due strade. La prima: continuare nell’alleanza con Di Maio, ma senza che si produca tutti i giorni la sensazione che da un momento all’altro il castello possa crollare, trovando modalità di presidio della sfera pubblica compatibili con percentuali così elevate e con l’esigenza di completare la manovra d’atterraggio sulle regioni del Mezzogiorno. Occorre farlo senza considerare quest’area del Paese solamente come terreno di conquista elettorale, ma immaginandola come parte integrante di un nuovo progetto in grado di tenere insieme esigenze contrapposte, come sta emergendo dal dossier sull’autonomia. La selezione della classe dirigente specie al Sud e l’inserimento di quest’ultima negli ambiti decisionali del partito (e del Governo) aiuterebbe questa operazione che rileva anche dal punto di vista comunicativo oltre che politico, ammesso e non concesso che i due piani si possano ormai tenere distinti. La seconda strada: risolvere il contratto di governo con i Cinque Stelle e assumersi la responsabilità della guida del Paese da solo se i voti glielo consentono o più verosimilmente insieme con Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni (partito in crescita continua) e con ciò che resta di Forza Italia, specie se a prevalere sarà la linea di Giovanni Toti.

Veniamo ora a Di Maio. Egli è costretto a monitorare quotidianamente due fronti: quello esterno con la Lega e quello interno con la componente movimentista del partito. Per quanto concerne il fronte esterno vale anche per lui ciò che è stato sostenuto relativamente a Salvini. Quanto al fronte interno, invece, la questione è persino più delicata. È del tutto evidente, infatti, che i Cinque Stelle stanno pagando il prezzo della transizione da una proposta politica costruita sulla logica antisistema ad un’altra fortemente condizionata dalle esigenze del pragmatismo amministrativo. Si ha la sensazione che all’interno di una parte del Movimento, la cosiddetta minoranza, ci sia una certa nostalgia per la stagione della protesta e dell’opposizione, per la fase delle mani libere e del rifiuto aprioristico del compromesso. Che in politica non è una parolaccia. Di Maio, all’indomani della sconfitta elettorale più dolorosa per il M5S, sta provando a rifondare il partito, radicandolo nel territorio, individuando responsabili di aree tematiche e referenti regionali. Sta provando a selezionare nuovi temi sui quali interloquire con gli elettori.

In un partito la dialettica interna fa bene, ma solo se è chiara ed è condivisa la direzione di marcia. E se le polemiche non sono finalizzate ad operazioni di sostituzione di leadership.
Sia pur su presupposti diversi è anche quello che sta accadendo al Pd. Zingaretti, volendo dar vita ad una vera alternativa alla destra, prova ad alzare un argine alle troppe correnti interne. Tenta di bloccare le spinte centrifughe, a partire da Renzi, per archiviare la stagione dell’attendismo e quella del primato delle persone sulle idee. Anche per lui vale quanto detto in precedenza. Tattica o vera trasformazione?
Forse ai leader politici italiani potrebbe essere utile rileggere Tonnies. Per ripartire dalla gemeinschaft. Mica per altro.

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