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Liberalismo sotto attacco nonostante la crisi «innata»

«Liberale»: non c’è definizione più sfortunata e più sfuggente nel lessico politico-sociale degli ultimi secoli.

Governo

L’Italia è davvero un Paese singolare. E inafferrabile. Un tempo il vocabolo «liberale» era sinonimo di padronale, conservatore. Poi il termine «liberale» è diventato sinonimo di riformista, moderno. Un tempo dirsi «liberali» equivaleva a farsi etichettare come amici dei ricchi e dei privilegati. Successivamente dirsi «liberali» significava battersi per l’eliminazione dei monopoli e delle rendite, cioè dei privilegi. Un tempo erano in pochi ad accettare con piacere la definizione di «liberali». In seguito, quasi tutti hanno fatto a gara a presentarsi come «liberali».
Non c’è definizione più sfortunata e più sfuggente nel lessico politico-sociale degli ultimi secoli.

Anche perché gli stessi liberali «duri e puri» tendono a non fare mai gruppo, hanno un approccio non ideologico sui problemi concreti, e ritengono che il «liberalismo» non sia, né debba essere un Partito o una Causa, semmai un metodo, una procedura, un atteggiamento che dovrebbero essere assimilati da tutte le forze politiche in campo.
L’Italia non ha mai vissuto una grande stagione liberale, anche se nei momenti cruciali della sua storia, i leader liberali hanno agito da statisti, ossia da «organi di avvistamento del futuro». Si deve al liberale Camillo Benso conte di Cavour (1810-1861) il capolavoro dell’Unità d’Italia (1861). Si deve al liberale Giovanni Giolitti (1842-1928) la prima modernizzazione del Paese, oltre che l’avvicinamento delle grandi masse alle opportunità rappresentative della politica. Si deve al tandem formato dal liberal-cattolico Luigi Einaudi (1874-1961) e dal cattolico-liberale Alcide De Gasperi (1881-1954) la titolarità del miracolo economico della Penisola.

Ma il liberalismo, specie in Italia, non è mai fuoriuscito dalla rete di un campo delimitato, anche se i suoi semi, qualche volta, hanno generato fioriture in altri terreni politico-culturali. Tutto sommato, i liberali sono rimasti pochi gatti.
Oggi sull’onda del pensiero prevalente, metà populista e metà sovranista, va di moda sostenere che il liberalismo attraversa una crisi profonda, forse irreversibile; che il liberalismo deve ripartire da zero; che la sua variante economica (liberismo) deve gettare la spugna e riconoscere di aver fallito su tutta la linea, come dimostrerebbero le disuguaglianze sociali in aumento.
Ora. Può essere che il liberalismo attraversi una crisi assai grave. Ma bisognerebbe riconoscere che il liberalismo non sarebbe tale senza le crisi (transizioni continue), che fanno parte, per così dire, del suo Dna. Proprio perché il liberalismo non ha verità rivelate, anzi è disposto a rimettersi sempre in discussione sulla scia della lezione popperiana (si procede per tentativi e confutazioni), la storia dimostra che un liberalismo senza crisi sarebbe come il Monte Bianco senza neve. Inverosimile.
A differenza di altri «ismi» il liberalismo non offre sogni e illusioni. Semmai prende atto della condizione e dell’azione umana cercando di correggerne, gradualisticamente, le storture (il legno storto di derivazione kantiana) senza coercizioni dall’alto, men che meno con pulsioni autocratiche o, anche, paternalistiche.

E se un’idea politica non offre la luna, anzi non fa che richiamare al senso di responsabilità, difficilmente essa potrà eccitare le folle o incontrare eserciti di tifosi durante il proprio cammino.
È tutto qui il paradosso liberale: non farsi prendere dalla frenesia della comunicazione-seduzione mentre tutto il mondo non aspetta altro che comunicazione-seduzione.
Al liberalismo manca, diciamo, un decente ufficio stampa. L’altro ieri il presidente russo Vladimor Putin ha preso a scudisciate verbali il sistema liberale, da lui ritenuto più antiquato di un paio di baffi novecenteschi. Ma nessuno, nel mondo liberale, ha reagito alla requisitoria putiniana, segno che i pochi liberali in giro (nel pianeta) non hanno nemmeno voglia di scrivere una mail di puntualizzazioni. Non ha reagito la classe politica di estrazione liberale, non ha reagito l’intellettualità di matrice liberale.

Non ha un ufficio stampa il gruppo dei pensatori liberali. Lo conferma il fatto che quest’ultimi non hanno mai protestato contro chi rimproverava loro l’ingordigia dei prenditori (di risorse pubbliche), quasi che le commistioni tra pubblico e privato fossero un effetto collaterale e automatico del liberalismo, e non invece una sua plateale, perversa degenerazione. Lo Stato, bisogna riconoscerlo, non è mai stato invadente e pervasivo come negli ultimi anni, eppure la narrazione dominante assicura che viviamo nell’età dell’oro del liberismo selvaggio. Persino i tamburi che suonono la carica per l’autonomia ifferenziata delle Regioni non sono animati da istinti di libertà, bensì da conati di statalismo territoriale.
Ma siccome non c’è una forza politica (e culturale) seriamente liberale in grado di reagire, e fissare alcuni punti fermi di verità, il tam tam del trionfo liberistico ha introdotto, nella discussione generale, convinzioni di tipo dogmatico. È così e basta, secondo i picconatori della società liberal-democratica: il liberismo selvaggio domina il mondo con i suoi Soros, con la sua mania di globalizzazione, con l’abbattimento delle frontiere, con la concorrenza esasperata,con il superamento degli Stati nazionali a beneficio della finanza internazionale eccetera.

Ora, in Italia, si sta cercando di dare vita a una formazione liberale (centrista) capace di tener testa ai populismi dilaganti. Lo spazio ci sarebbe, perché l’opinione pubblica non può essere diventata tutta ostile ai princìpi di cui sopra. Manca, però, l’offerta politica, o è palesemente insufficiente. E qui, forse, la spiegazione avvilisce alquanto. Più che spaccare il capello in dieci su obiettivi e contenuti di un nuovo vangelo liberale (ossimoro), servirebbe una giovane classe dirigente amante della libertà. Programma, quest’ultimo assai complicato, visto che la libertà è meno rassicurante della protezione, e visto che i ricordi dei disastri provocati dalle teorie totalitarie del secolo scorso vanno svanendo come i sogni che muoiono all’alba.

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