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Per decenni i neopresidenti del Consiglio, in Italia, hanno prestato due giuramenti: il primo, istituzionale e denso di patriottismo, al Quirinale, nelle mani del Capo dello Stato; il secondo, sostanziale e intriso di provincialismo, alla Casa Bianca, al cospetto del presidente degli Stati Uniti, padrone della superpotenza planetaria. A dire il vero, il giuramento a Washington era per certi versi ancora più bramato dal nuovo inquilino di Palazzo Chigi, che poteva così calcolare il proprio indice di gradimento presso l’uomo più potente del pianeta. Lo calcolava in base alla tempestività dell’invito negli Usa e al numero di minuti concessigli nell’incontro presidenziale nella mitica Sala Ovale.

Oggi gli States non sono più i gendarmi assoluti del globo perché il presidente in carica preferisce un’America più solitaria e isolazionistica. La Cina, poi, contende alla Confederazione a stelle e strisce il rango di economia più influente. La Russia di Vladimir Putin, infine, non possiede il Pil di americani e cinesi, ma sul piano militare e diplomatico lo Zar di Mosca è più rapido di riflessi di Lewis Hamilton alla partenza in un Gran Premio di Formula Uno.
Epperò l’America resta sempre l’America. Nonostante Trump il protezionista, l’America emana un fascino irresistibile, hollywoodiano. Tanto che l’uomo forte della politica italiana, Matteo Salvini, non ha avuto bisogno della formale investitura a capo del governo per volare oltre oceano e conferire con due pezzi da novanta dell’establishment trumpiano: il vicepresidente Mike Pence e il segretario di Stato Mike Pompeo.

Una volta chi tra i big del Vecchio Continente planava sul giardino della Casa Bianca, vi arrivava, per così dire, legittimato anche da un lasciapassare europeo. L’America, dopo la Seconda Guerra Mondiale, non era stata estranea al processo di integrazione economica della Comunità continentale, anzi l’aveva sollecitato soprattutto in chiave politica e in funzione anti-sovietica. Oggi, invece, lo scenario si è letteralmente capovolto. L’America è indifferente alle sorti dell’Europa unita, semmai pretende che l’Unione provveda da sola, non più con i dollari di Zio Sam, alla propria autodifesa militare. L’Europa, inoltre, è attraversata da pulsioni populistiche e separatistiche, tese a rimettere in discussioni conquiste, vedi l’euro, che parevano irreversibili. Di conseguenza ogni Stato europeo sembra orientato a muoversi in una logica di bilateralismo preferenziale. C’è chi si attiva per una corsia speciale con gli Usa, chi con con la Russia, chi con la Cina. Idem i partiti nazionali dei singoli Stati.

L’Europa, per i leader sovranisti, è solo un fastidio, un ostacolo. Anzi, più (loro) picchiano contro il parlamento di Strasburgo e la commissione di Bruxelles più guadagnano, perlomeno nelle intenzioni, benemerenze da parte dei potenti interlocutori di Washington, Mosca e Pechino.

Salvini, ad esempio, non fa mistero di tifare per Trump e Putin, mentre vede come fumo negli occhi l’imperatore cinese Xi. La filosofia Trump non gli è sconosciuta o misteriosa, avendola egli appresa direttamente dalla bocca di Steve Bannon, top player del populismo mondiale, nonché officiante, dall’estero, delle nozze governative tra il capo leghista e il capo grillino.
Viceversa l’alleato Luigi Di Maio viene raffigurato nelle vesti di supporter del drago cinese, come testimonia il convinto sostegno del M5S al programma della nuova via della seta, che spianerebbe la strada alle imprese di Stato di Pechino nell’infrastrutturazione di molte nazioni europee.

Insomma, il nemico da battere in Italia sembra proprio l’Europa. In nessun Paese chiave dell’Unione il tasso di anti-europeismo al governo è paragonabile a quello italiano. Il tiro alla fune sulla manovra economica e sui livelli di sostenibilità del debito pubblico ne costituisce la dimostrazione più palese. Non a caso, proprio alla vigilia dei suoi incontri americani, Salvini ha intensificato le bordate contro Bruxelles ribadendo che il programma economico (leggi Flat Tax) del governo Conte non cambia, accada quel che accada.

Ma può un Paese affidarsi solo ai buoni rapporti bilaterali con una o più superpotenze? Può un Paese fare a meno dei benefìci diretti e indiretti che assicura l’appartenenza a un grande club socio-economico? Quanto tasso di provincialismo ci sia in un atteggiamento del genere, metà subalterno metà anarchico, è facilmente immaginabile, anche se la corsa a ottenere la benedizione Usa per ragioni squisitamente interne non è partita oggi, semmai risale agli albori della Repubblica. Oggi, però, il pressing per ricevere il placet americano si accoppia al tam tam per stoppare ogni incipit europeo. Il che, oggettivamente, rappresenta una novità e, forse, un pericolo per una nazione che da sola non ha mai fatto molta strada, specie quando ha assecondato le sue tentazioni nazionalistiche.

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