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Cosa unisce le elezioni nella terra di Orazio e Scotellaro con la reinterpretazione in chiave ipermoderna della Via della Seta? Tanto, se concentriamo la nostra attenzione sulle strategie politiche di M5s e Lega in vista sia regionali e delle europee

Lega - 5 stelle una tregua fondata sugli equivoci

Luigi Di Maio (M5s), 31 anni, e Matteo Salvini (Lega), 45 anni

Cosa unisce le elezioni nella terra di Orazio e Scotellaro con la reinterpretazione in chiave ipermoderna della Via della Seta? In apparenza nulla, fatti salvi gli effetti commerciali del Memorandum siglato tra Italia e Cina lo scorso fine settimana: effetti che naturalmente non risparmiano una terra ricca di storia e cultura come la Lucania. In realtà tanto, se concentriamo la nostra attenzione sulle strategie politiche (e mediatiche) di Cinque Stelle e Lega in vista sia degli appuntamenti elettorali regionali, sia del voto per le europee. Sarà quest’ultimo, unitamente all’andamento dell’economia, a farci comprendere quale sia il futuro del Governo.

Pentastellati e leghisti si muovono, almeno nello spazio pubblico, sempre più come dei competitor. Tre situazioni ci aiuteranno nell’interpretazione di quanto qui si sta sostenendo. Prima situazione: le elezioni in Basilicata. Negli ultimi decenni questa regione è sempre stata considerata una roccaforte della sinistra, salvo diventare terra di conquista della Lega e del centrodestra, con i Cinque Stelle che, dopo aver sfiorato alle scorse politiche il 50%, si sono misurati per tutta la giornata di ieri con la paura da flop elettorale. Il test lucano pesa sui futuri equilibri politici ed induce ad un’analisi incrociata dei risultati di Friuli, Trentino, Abruzzo e Sardegna. È vero che il M5S sconta il fatto di presentarsi da solo alle amministrative, ma è evidente il tendenziale calo di consensi rispetto ad un anno fa. Seconda situazione: la visita in Italia del presidente cinese Xi Jinping. Salvini si è tenuto alla larga da questo appuntamento. Non è andato alla cena organizzata dal Quirinale venerdì scorso, preferendo restare in Basilicata per la campagna elettorale. Non è andato sabato mattina a Villa Madama alla cerimonia per la firma dei ventinove accordi (secondo Il Sole 24 Ore tra essi vi è anche quello sulle telecomunicazioni), preferendo la platea dei commercianti riuniti a Cernobbio e le passeggiate in Valtellina con i figli. Sul rapporto tra Italia e Cina le posizioni tra lui e Di Maio, come è noto, si sono fatte sempre più distanti. Salvini ha voluto ricordare più volte che a Pechino non c’è libero mercato e che lo Stato cinese interviene nell’economia e nell’informazione. Così facendo egli ha provato a raffreddare l’entusiasmo del proprio partner di governo, che nel frattempo si premurava di quantificare il valore reale e potenziale dell’accordo, fino a parlare di giornata storica per l’Italia. Che però è l’unico Paese del G7 ad aver firmato un patto di questa portata con il Dragone. Qualcuno ha visto in questa differente interpretazione dell’accordo italo-cinese, accordo che ha fatto storcere il naso agli Stati Uniti e ad una parte dell’Unione Europa (ma in questo caso più per assenza di condivisione e gelosia che per ragioni di merito) la volontà da parte del leader leghista di operare una scelta di campo netta in favore di Trump. Alcuni grillini coltivano addirittura il sospetto che Salvini voglia scalare Palazzo Chigi con il via libera degli Usa. In relazione a questa seconda situazione va ricordato, tuttavia, che è stato il Presidente della Repubblica a spiegare a Xi Jinping che il Memorandum non sposta di un millimetro la collocazione euroatlantica dell’Italia. Non è un caso, del resto, che Mattarella abbia insistito sul valore della reciprocità, respingendo al mittente tentazioni predatorie. La terza situazione è relativa alla volontà di Di Maio di cimentarsi su un terreno fortemente identitario per Salvini e la Lega: la sicurezza. La scorsa settimana il capo politico del Movimento ha rilasciato alcune interviste per proporre un differente modello di sicurezza ed ha fatto visita, insieme con il Ministro della Difesa Trenta, ai carabinieri che hanno evitato la morte dei cinquantuno ragazzini minacciati a San Donato Milanese da Sy Ouesseynou a bordo del bus.

Comprendere le ragioni di questo modus operandi dei contraenti del patto di governo, così come ricostruibile attraverso gli episodi appena citati, si rende necessario. E ciò, pur avendo la consapevolezza che la maggioranza ha dimostrato compattezza sia sulla vicenda Diciotti, sia sulle mozioni di sfiducia al ministro Toninelli. Compattezza e capacità di sintesi su dossier anche molto divisivi. Come si spiega allora questo essere al tempo stesso alleati e concorrenti? Non è una novità, se consideriamo la connotazione in senso proporzionale dell’attuale legge elettorale. Legge che costringe forze politiche non sempre omogenee ad accordi di governo: accadeva anche nella Prima Repubblica. Lo stesso contratto di governo, del resto, legittima Lega e Cinque Stelle a considerare l’intesa posta alla base della nascita dell’esecutivo Conte di natura più programmatica che politica. Ammesso e non concesso che i due piani siano effettivamente separabili.

Riepilogando. Da un lato appare evidente il tentativo dei Cinque Stelle, ancora sotto choc dopo l’arresto di De Vito a Roma, di recuperare il consenso perduto, puntando sull’enfatizzazione delle cose fatte ed inducendo il premier Conte (che gode di popolarità e apprezzamento) ad assecondare più la narrazione pentastellata che quella riconducibile al ruolo di soggetto istituzionale, equivicino ai due partiti. Dall’altro non sfugge l’atteggiamento più pragmatico della Lega, che sa di poter contare su un consenso molto ampio nel Paese, compreso in quel Sud dove il Capitano dovrà individuare (prima possibile) una classe dirigente all’altezza del compito. Salvini attende di conoscere l’esito delle elezioni europee prima di decidere se andare avanti o meno nell’esperienza di governo con i grillini. Egli sa bene che non si può vivere di rendita e che l’effetto novità si esaurisce in fretta. Sa che in nessun modo si può far coincidere il cambiamento con il congelamento. Da Lecce Conte ieri ha fatto sapere che sarebbe auspicabile non rinviare a domani ciò che si potrebbe fare oggi. Il punto, però, è proprio questo: cosa si potrebbe fare di più di quanto è stato fatto finora, visto che tutto ormai è condizionato dalla incessante conquista di consenso? In questo quadro, in cui ognuno punta a massimizzare i propri risultati, anche il Pd sembra giocare a favore della Lega, avendo deciso di polarizzare lo scontro tra centro-sinistra e destra-centro, più che tra popolo ed élite. A volte per riflettere su sé stessi è più utile guardare al modo in cui gli altri ti percepiscono.

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