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La bellezza della riapertura del Teatro Piccinni, provvisoria e parziale, ma, pur sempre, riapertura

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Leggo sempre i giornali, ma accade che, di sabato, avidamente li “spolpi”, come diceva mia zia, per ispirarmi e dedicarti, caro lettore, la mia riflessione domenicale. Spolpando la Gazzetta, ammetto di aver indugiato con golosità su una delle brevi di cronaca, soprattutto, da cui traggo la mia riflessione di oggi: la breve, pacifica, elegante e soavemente beneaugurante notizia che mi ha reso felice è importante per me e per tutti i cittadini: la riapertura del Teatro Piccinni, provvisoria e parziale, ma, pur sempre, riapertura.

E, in questi tempi di ristrettezze e chiusure, poter leggere che il nostro Piccinni riapre per mostrare al pubblico, ai cittadini, lo stato, “felice” di avanzamento dei lavori e la bellezza restaurata del teatro, non è una “breve di cronaca”, è una gran bella notizia a disposizione dell’ottimismo della volontà del genere umano, dei cittadini, dunque, di tutto il pianeta. Prime pattuglie di visitatori possono visitare sala e palcoscenico: quelli che lo conoscevano prima non potranno che commuoversi e gioire, quelli che non l’hanno mai visto, impareranno una lezione di storia. E, a ragion veduta, potranno partecipare al necessario dibattito, arioso, spero, e non di bottega o botteghe sulla destinazione d’uso del glorioso Piccinni. È un teatro di prosa e, insieme, un piccolo politeama dove non sfigura di certo, il melodramma. Melodramma, concerti e teatro di prosa, dunque, e basta?
No, certo. Può comodamente essere ospitato il genere che, un tempo, non preistorico, prendeva il nome di varietà o rivista. Occorre decidere sull’opportunità che sia messo a disposizione di attività non strettamente legate alla sua indole eccellente, quella di teatro per la musica e la prosa. Alcuni sostengono la sottigliezza ineludibile e aggrovigliata della questione di decidere quale sia la musica e quale la prosa degna di abitare il politeama restituito alla città. Il Jazz, per esempio, attiene al compendio di generi di diritto inquilini del Piccinni? E il genere pop, così detto?

La soluzione sta nel concetto del “Sistema Teatri”. E penso al Petruzzelli e alla sua Fondazione con cui si potrebbe collaborare. Bari ha avuto nei tempi andati un alto numero di teatri. Non tutti nello stesso periodo, certo, e, poi, mai veramente armonizzati in una politica culturale moderna e attenta alle istanze sociali di un oggi che progetta un domani sulla memoria storica come fondamenta.
In questa prospettiva c’è la soluzione della pluralità della proposta culturale, dell’offerta artistica. Perché non collegare i teatri di Bari e armonizzarne l’attività anche con quelli della Puglia? Sarebbe un’impresa utile e di moderno respiro quella dell’intervento pubblico che nulla toglierebbe, anzi, allo spontaneismo operoso delle strutture private alimentando il dibattito culturale e la pluralità delle proposte artistiche.

Quest’estate, per la serie di interventi e riflessioni sui luoghi fisici della città, scrivevo del Piccinni. Riprendo quelle righe perché le ritengo utili ad avviare un discorso sull’uso del rinnovato teatro.
Come potrei non parlare di questa casa dell’arte che è il mio, il nostro Teatro? Molti discettano del Piccinni, moltissimi ne straparlano. Alcuni già si candidano a dirigerlo. Esagerati!
In pochi ne conoscono la storia, più numerosi quelli che si sono presi almeno la briga di scrutinare qualche notizia nella targa sistemata a fianco del portone che immette nel cortile per il quale si accede sia nel teatro che negli uffici comunali.
E questa doppia pertinenza è il nodo del problema. Come recita in epigrafe la scritta dedicata alle “generazioni avvenire”, la prima pietra fu “gittata” addì 18 di ottobre del 1840. Noi, una delle “generazioni avvenire” abbiamo l’obbligo di mantenere, custodire, tramandare questo bene pubblico che fu concepito e deve restare teatro, santo Dio! Altre generazioni che ci hanno preceduto lo hanno fatto, ma, purtroppo, hanno fatto anche catastrofici errori. Uno di questi, madornale, fu quello di trasformare una gran parte del magnifico edificio neoclassico, firmato dal Niccolini, inizialmente tutto destinato all’uso teatrale, a funzioni e usi diversi: uffici, burocrazie varie, dislocazioni di funzioni amministrative e, infine le vere e proprie strutture del municipio.

E pensare che, alla maniera dei grandi teatri francesi dove, e ci guida, nella memoria, Moliére, nel perimetro del teatro esisteva “la court e le jardin”: nel Teatro nostro era previsto nel luogo in cui ora scorre rumorosamente il traffico disordinato di Via Piccinni, un giardino per passeggiare. I teatranti più studiosi sanno che gli ordini dei macchinisti nel montaggio delle scenografie e ingressi ed uscite di scena degli attori riepilogano questa ideale progettazione architettonica riassunta nei comandi: Corte o Giardino, invece che destra e sinistra, essendo queste nozioni, anche in palcoscenico, del tutto opinabili.
Sacrificata una parte dello splendido edificio, quella destra, alle mansioni eterogenee, fu facile trasformare anche l’indole e la funzione della mole sinistra. Poi il ridotto al primo piano divenne sala del Consiglio Comunale e il cortile per le carrozze, l’arioso androne a doppia uscita, fu strangolato dalle superfetazioni e dalle servitù del passaggio per gli uffici municipali. La fame di spazi della burocrazia amministrativa si avventò sul povero edificio assediandolo e soffocandolo. Questa è la verità. Ormai il Comune di Bari sta lì e a nessuno verrebbe l’idea, di sloggiarlo.

E, visto che col teatro è, per così dire, coinquilino, invoco tempi brevi e buon senso, moltissima prudenza e che si costituisca come autorità competente di garanzia ad evitare che interessi privati occupino quel che perfino la burocrazia non ha osato predare: il palcoscenico. Solo l’arte lo deve abitare. Per questo lo dico chiaro: si deve pensare al Teatro Stabile della Regione Puglia. La casa è pronta.
Si proceda subito, con decisione e senso della misura. Al Sindaco che con puntuale tenacia restituisce il Teatro alla comunità umana, prima che alla città, dico grazie.

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