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«Solo uno spirito incline all’autolesionismo sottovaluterebbe la questione della preparazione o della competenza di governanti e amministratori»

03 Gennaio 2019

Giuseppe De Tomaso

Si sa. Ci sono posti di responsabilità cui si accede per rappresentanza e posti di responsabilità cui si accede per competenza. Nessuna persona dotata di un minimo di raziocinio accetterebbe mai di sottoporsi a un intervento chirurgico guidato da un signore laureato arrivato in sala operatoria per acclamazione popolare o per elezione più o meno diretta. Viceversa, per le cariche pubbliche dipendenti dal voto dei cittadini non è richiesta alcuna professionalità specifica accertata, salvo il consenso da parte degli elettori. Ma, anche in questo secondo caso, solo uno spirito incline all’autolesionismo sottovaluterebbe la questione della preparazione o della competenza di governanti e amministratori, come se il successo elettorale di quest’ultimi fosse, di per sè, garanzia di bravura o di eccellenza.

Certo. Quando si scelgono i propri rappresentanti in aula, non ci sono votanti di serie A e votanti di serie B. In democrazia le teste si contano, né si tagliano e neppure si pesano. Ma i votati o gli eletti non sono tutti uguali. Non tutti hanno le qualità per accedere a Palazzo Chigi o al vertice dei ministeri. Se così non fosse, la soluzione migliore per evitare sul nascere conflitti e lacerazioni al momento delle nomine di governo, sarebbe quella del sorteggio (idea che pure è spuntata negli ultimi tempi tra i denigratori della democrazia rappresentativa).


Eppure, nonostante tutto, nonostante la diffusa condivisione di riflessioni dettate dal buon senso, il principio dell’«uno vale uno» vanta più tifosi di Cristiano Ronaldo. Intendiamoci, non è solo colpa della politica se la polpottizzazione delle competenze - principio introdotto da Pol Pot (1925-1998), il dittatore macellaio cambogiano che scatenò l’inferno contro chi sapeva qualcosa e come tale era sospettato di origini e convinzioni borghesi - avanza a buon ritmo anche se, per fortuna, senza le tragiche conseguenze provocate dalla furia dei khmer rossi. La responsabilità indiretta della delegittimazione delle competenze va attribuita prevalentemente a quei nuovi strumenti della comunicazione che favoriscono l’omologazione e la massificazione del sapere, ovviamente a livelli sempre più modesti. L’avvento dell’uomo-massa paventato dal filosofo spagnolo José Ortega y Gasset (1883-1955) una novantina di anni addietro, si è completato con la rivoluzione internettiana in generale e con l’egemonia «culturale» dei social in particolare. Solo le Costituzioni liberaldemocratiche fanno sì (fino a quando?) che l’era dell’uomo-massa non sfoci sul serio nell’incubo orwelliano di un Grande Fratello che tutto vede, tutto controlla e tutto decide. Ma non è detto che, in caso di crisi irreversibile della democrazia rappresentativa fondata sui corpi intermedi tra eletti ed elettori, la prospettiva orwelliana non riprenda vigore con tutte le drammatiche conseguenze che possiamo immaginare.
E siccome al peggio non c’è mai fine, la filosofia, o meglio la sub-filosofia, dell’«uno vale uno» potrebbe dare vita a sfide e a provocazioni sempre più audaci e sconvolgenti. Adesso la teoria dell’«uno vale uno» si applica ai vivi. Domani si potrebbe applicare a chi non c’è più.


Oggi, i sostenitori della tesi «uno vale uno» (corroborata dalla complicità dei social) sostengono senza arrossire che, anche su un tema da specialisti, il parere dell’uomo della strada e l’opinione di un luminare della scienza in realtà si equivalgono. Esempio: sulla bio-agricoltura tanto valgono le analisi della scienziata Elena Cattaneo e tanto vale il tweet di un signore che ha studiato solo su un millesimo dei testi approfonditi dall’esperta. E siccome i nuovi strumenti della comunicazione tendono ad appiattire, a svilire tutto e tutti, a cominciare da chi dispone di più competenze, alla fine si verifica che siamo tutti uguali e che l’accademica Cattaneo, nel suo campo, secondo i livellatori estremi, non è più autorevole di altri, anche qualora quest’ultimi fossero a digiuno di studi specifici.


Ma di questo passo, l’«uno vale uno» non risparmierà neppure i giganti del passato, i più straordinari protagonisti della storia umana. In nome della (presunta) superiorità delle nuove tecnologie ci sarà chi condannerà definitivamente, senza appello, la filosofia umanistica; chi dirà che in fondo si può fare a meno di Aristotele (384-322 avanti Cristo) e Dante Alighieri (1265-1321), di Michelangelo Buonarroti (1475-1564) e William Shakespeare (1564-1616) e di tutti gli altri fuoriclasse più o meno equipollenti. Ci sarà chi argomenterà che, in fondo, questi «miti del passato» non hanno più nulla da insegnarci perché il mondo è cambiato, perchè sono altre le esigenze, le materie da prendere in considerazione e via blabeggiando. Appunto: l’«uno vale uno» alla fine varrà pure per Leonardo da Vinci (1452-1519) ritenuto il supergenio (per antonomasia) di tutti i tempi.
Insomma. La filosofia dell’«uno vale uno» è carica di pericoli. Non solo mette a repentaglio il buon funzionamento delle istituzioni. Ma può sovvertire la scala di valori su cui il genere umano ha, finora, fondato la sua crescita. Non osiamo pensare cosa accadrebbe se l’«uno vale uno» tirasse giù dal piedistallo pure le teste più prodigiose della nostra Storia.

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