Mercoledì 27 Marzo 2019 | 03:49

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Il punto

Se il pianto di una bambina evita un femminicidio

Perché di femminicidio, violenza di genere & affini si parla solo nei giorni comandati

violenza donna, stalking

Non è l’8 marzo, il giorno della famigerata festa. E non è il 25 novembre, l’altrettanto nota Giornata mondiale. Perché di femminicidio, violenza di genere & affini si parla solo nei giorni comandati, una sorta di copione rituale che si consuma in convegni, simposi e tavole rotonde (perché a parole, sono tutti bravi). A Natale invece, al massimo si parla di cenoni e shopping, se ti va bene di amore e speranza. Ma la cronaca ci strappa ai rituali con l’ennesimo capitolo dell’epopea del grande odio degli uomini verso le donne. Nello sperduto Lattarico, poco meno di 4mila anime a 30 chilometri da Cosenza, il marito ha tentato di strangolare la moglie con un filo elettrico. Non è riuscito a ucciderla solo per l’arrivo della figlia di 9 anni, che davanti a una scena di tale potenza, è scoppiata in un pianto disperato. Quei singhiozzi, probabilmente, hanno impedito all’uomo di andare fino in fondo. Destino.

Se la piccola fosse rimasta nella cameretta, magari a giocare alla play station, non si sarebbe accorta di nulla. Sua madre l’avrebbe trovata morta sul pavimento della cucina chissà quando, chissà come, chissà... I carabinieri di Lattarico, ai quali il tentato omicida si è presentato per consegnarsi, hanno trovato la bambina ancora accanto alla madre: provava a tamponare le ferite sul collo.

Storia dolorosissima, l’ennesima, l’ultima in ordine di tempo, l’ulteriore pagina di un sentimento implacabile, quello che certi uomini sentono come un’urgenza primordiale nei confronti di mogli, compagne, madri, figlie, sorelle. Sconosciute. L’istinto di prendere la clava e picchiare forte. A prescindere. Ecco, anche a Natale torniamo a parlare di un argomento sul quale abbiamo versato tanto inchiostro da far sembrare ormai banale o scontata o priva di utilità qualsiasi parola. Ma proprio a Natale la storia diventa più dirompente, nei giorni in cui retoricamente (con la stessa retorica di certi convegni sulla violenza di genere) si celebra la sacra famiglia in ogni sua copia domestica.

«Il marito era il principale sospetto. Il marito è sempre il principale sospetto e di solito quello finale. Ma non questa volta. Siamo passati a un vicino, a un vagabondo. Quando arrivi agli estranei è solo questione di tempo prima di finire agli zingari e diventa un caso irrisolto». Sono le parole del detective Isaksson nel libro cult di Stieg Larsson dedicato, appunto, agli uomini che odiano le donne. E anche se le statistiche confermano che nella stragrande maggioranza dei casi di femminicidio il partner coincide con l’identikit dell’assassino. Ma la cronaca continua a soprenderci perché proprio in queste ore sono state depositate le motivazioni della sentenza di uno dei tanti episodi di sangue: l’omicidio di Bruna Bovino. L’ex amante dell’estetista di Mola di Bari, condannato a 25 anni in primo grado, è stato assolto dai giudici d’appello. L’inchiesta, secondo i magistrati, è stata portata avanti seguendo un «pregiudizio», perché l’ex, incontrato dalla donna poche ore prima di morire, era il colpevole perfetto. Inutile indagare in altre direzioni. Un «pregiudizio». Comico, paradossale come il pregiudizio, da sempre verdetto culturale di colpevolezza per le condotte femminili, sia diventato la prova dell’innocenza maschile.

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