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L’orizzonte nazional popolare del capitano

A distanza di più di tre anni dal primo appuntamento di piazza nella capitale (la prima grande kermesse si tenne a febbraio del 2015) Salvini ha puntellato la propria narrazione pubblica di elementi simbolici e di scelte semantiche assai chiare.

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Il progetto è ambizioso, ma di certo non campato in aria. Anzi, è fondato su un consenso popolare che sta andando al di là delle più rosee previsioni. Per capire quale sia la strategia di Matteo Salvini occorre concentrare la nostra attenzione su quanto accaduto a piazza del Popolo a Roma sabato scorso, giorno dell’Immacolata concezione. Diceva il filosofo francese Paul Valéry che chi vuol fare grandi cose deve pensare ai dettagli. E il Capitano ai dettagli ci ha pensato, nella consapevolezza che essi, almeno quanto le sue parole, avrebbero restituito il senso più autentico di una manifestazione concepita non tanto per affermare l’orgoglio identitario di un partito non più territoriale, quanto per difendere i diritti di un intero Paese.

A distanza di più di tre anni dal primo appuntamento di piazza nella capitale (la prima grande kermesse si tenne a febbraio del 2015) Salvini ha puntellato la propria narrazione pubblica di elementi simbolici e di scelte semantiche assai chiare. Tra i primi, e cioè i simboli, non si può non trascurare la presenza in grande evidenza del Tricolore insieme con lo slogan “L’Italia rialza la testa”. Un modo evidente per declinare nel concreto quella filosofia politica incentrata sul primato degli interessi dei nostri connazionali ai quali il Capitano si rivolge quasi uno ad uno e quasi a voler comunicare che è davvero finita la stagione della iper-perimetrazione ideologica e dello schema destra-sinistra. Le sue sono state parole governative ed ecumeniche per garantire da un lato il cambiamento e dall’altro per rassicurare quanti ancora restano perplessi di fronte al nuovo che avanza. Da Giovanni Paolo II a Martin Luther King e De Gasperi, il suo Pantheon è volutamente ampio e capiente volendo egli rappresentare il superamento delle chiavi interpretative asfittiche del passato e volendo intraprendere con decisione la via della tutela dell’Italia e degli italiani. Non è un caso che Salvini abbia recentemente confessato che ogni tanto naviga su Youtube alla ricerca dei video relativi a Berlinguer, Moro e Almirante, uomini politici con idee molto diverse tra loro ma uniti da autentica passione.

C’è proposta nel suo argomentare ma anche critica, come quando il vice premier, Ministro dell’Interno e segretario della Lega, ricorda che se l’Europa si ferma allo spread ed agli zero virgola e se non sfugge alla morsa della finanza sarà destinata a fallire. Del folklore della stagione bossiana non c’è più nulla o quasi. Niente più elmi con le corna o facce dipinte di verde come elemento di riconoscibilità e di identificazione. Meglio l’hastag #iocisono da usare come un grande frame cognitivo ed emozionale all’interno del quale andare a depositare le parole chiave del salvinismo, prima ancora che del neo-leghismo: sicurezza, occupazione, previdenza, sovranità, popolo, lealtà (nei confronti dell’alleato), buon senso, speranza, amore, famiglia, figli, educazione civica, tradizione cristiana. Temi quest’ultimi su cui sta insistendo molto il ministro dell’istruzione Bussetti.

Toni pacati, concilianti, pacifici che rendono ormai inoffensivi i tentativi di quanti ancora non rinunciano alla rappresentazione polarizzata della politica italiana tra buonisti e cattivisti. Toni apparentemente stridenti con l’immagine di “sovranismo psichico” elaborata dal Censis per scattare la fotografia di un generalizzato stato d’animo pre-politico, ma che in realtà sono compatibili soprattutto con la voglia di riscatto sociale che aleggia nel Vecchio Continente. Un riscatto che, come ha ricardato Giorgio De Rita, è alla base di questa nuova etichetta sociologica capace di svelare, almeno in Italia, la presenza di una domanda progettuale, la necessità del rispetto di regole condivise e il desiderio di contare di più nella dimensione sovrannazionale e globale. Sempre che dalle parole si riesca a passare ai fatti e sempre che si riesca a governare i processi economici e non a subirli. Alla piazza fisica e a quella virtuale, ricostruibile attraverso le dirette social e quelle televisive, Salvini ha voluto chiedere un mandato pieno per trattare con l’Europa non con l’intento di indebolirla, ma con quello di cambiarla. Sì, cambiarla profondamente per radicarla a due valori ri-fondanti: il lavoro e la dignità dei cittadini. Questo è il senso dell’appello non più solo al popolo leghista e di centrodestra, ma a tutti gli italiani.
In giornata dovrebbe finalmente essere individuato il meeting point tra il governo italiano e l’Europa sulla manovra economica. Oggi, infatti, dovrebbe essere il giorno in cui, per dirla con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giorgetti, dovrebbe essere favorito l’incontro definitivo tra “due ragionevolezze”. Il condizionale è d’obbligo, ma la decisione di privilegiare il dialogo al muro contro muro lascia ben sperare. Dialogo con l’Europa che Salvini ha voluto fin dall’inizio. Dialogo con le associazioni di categoria (imprenditori, commercianti, artigiani, liberi professionisti, ecc.) che ieri egli ha consacrato a metodo di lavoro durante l’incontro al Viminale.

Se la “marcia su Roma” non è solo un fatto simbolico (e non lo è), allora il cambio di intonazione è prodromico ad un nuovo disegno che rileva per forma, ma anche per sostanza. Un disegno che guarda oltre la Lega, oltre i confini dell’Italia, pur partendo dall’Italia. Impossibile a tal fine evitare di evidenziare le differenze esistenti tra la piazza della capitale e quella di Parigi dove i gilet gialli stanno terremotando la politica francese fino al punto che lo storico Rosanvallon, dopo aver sottolineato che le loro rivendicazioni sono vaghe e confuse, che le categorie legate alle vecchie classi sociali sono superate e che non si può più ragionare solo con gli indicatori economici, ha proposto lo scioglimento del Parlamento francese come già accadde con De Gaulle dopo il 1968. La manifestazione leghista è, perciò, un messaggio chiaro anche per l’establishment europeo: con Lega e Cinque Stella al Governo la protesta convoglia nella proposta. Del resto, Salvini lo ha detto chiaro e tondo alla trasmissione di Lucia Annunziata. Dunque, niente paura, anzi interlocuzione continua e aperture reciproche per evitare che l’Europa diventi solo terreno di scontro. Anche fisico.
Quando è salito sul palco di piazza del Popolo, Salvini è stato accompagnato dalle note di “Vincerò”, uno dei pezzi forti della Turandot di Puccini. Più chiaro di così non poteva essere questo politico che ha già vinto la sua partita più importante: apparire, oltre che essere, un leader maturo. Un leader per ora solo nazionale.

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