Giovedì 13 Dicembre 2018 | 03:20

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Bloccare oggi le grandi opere è davvero un suicidio per l’Italia, come dice il cardinale Bagnasco

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«Il Terzo valico è un’opera importante, significativa e nazionale che andrà avanti perché il contrario sarebbe un suicidio per il Paese». Non sono le parole di un agguerrito sindacalista né di un intrepido industriale. A parlare è l’arcivescovo di Genova, il card. Angelo Bagnasco, già presidente dei vescovi italiani. Ha scelto la celebrazione in onore di Santa Barbara per dire con chiarezza e non in un confessionale il suo pensiero di pastore preoccupato per la comunità.
Dopo il crollo del ponte Morandi, per Genova non si è aperta solo la ferita di 43 morti innocenti. La città si sente isolata, come chi avverte di avere una corda al collo che pian piano si stringe fino a soffocarlo. C’è il lavoro che viene meno, ma soprattutto c’è una sensazione di isolamento, di rottura con la possibilità di costruire un futuro migliore. Perché completare la linea ferroviaria del Terzo valico (57 chilometri di binari ad alta velocità, per oltre metà in galleria) significa creare un corridoio - «uno sbocco» - ha detto lo stesso arcivescovo - per entrare in Europa.
Le parole del card. Bagnasco - raramente un Principe della Chiesa si è espresso con tale durezza su questioni lavorative - arrivano in un momento in cui il governo gialloverde si trova a fare i conti con le sue promesse. A parte le elargizioni di massa, uno dei punti fondamentali della propaganda del M5S era ed è lo stop alle grandi opere. Una fobia, quella stessa che ha cancellato la possibilità per Roma di ospitare le Olimpiadi e che è stata trasformata addirittura in programma di governo.

«Esaminare il rapporto costi-benefici» è il mantra dei grillini che, oltre al Terzo valico, vorrebbero fermare anche la Tav Torino-Lione, il progetto della Gronda, le due pedemontane lombarda e veneta, l’autostrada Orte-Civitavecchia, la bretella tra Campogalliano e Sassuolo, l’asse tra Milano e Trieste che passa da Verona e Venezia. Una dozzina di infrastrutture che, al di là dei benefici futuri, significano già oggi migliaia di posti di lavoro.
Fra le grandi opere avversate dai 5Stelle anche il gasdotto Tap che dall’Albania approda nel Salento. Buona parte della campagna elettorale in Puglia è stata fondata sul no a quest’opera. Ma una volta al governo, ministri e dirigenti pentastellati hanno dovuto fare i conti con una realtà che prevedeva penali e indennizzi inimmaginabili nel caso l’opera fosse stata interrotta. Di qui il sì - obtorto collo - all’opera e la violenta contestazione della base grillina dei pugliesi. Un film che potrebbe ripetersi per ciascuna delle grandi opere che si vorrebbero fermare.
Il governo gialloverde oggi appare più preoccupato a gestire il suo potere - vedi il violento spoil system attuato in ogni settore, dall’informazione alla scienza, ai servizi segreti - che a realizzare il bene del Paese. Non si può giudicare altrimenti la replica stizzita arrivata dal ministro Salvini al grido degli industriali riuniti lunedì a Torino. L’Italia è sull’orlo di una nuova recessione, gli organismi internazionali mettono addirittura in guardia gli altri Paesi dal rischio contagio che può partire dal Belpaese, le aziende stanno facendo salti mortali per non chiudere, e dal governo si risponde con le battute, con i richiami al passato. Dum Romae consulitur Saguntum expugnatur, mentre a Roma si discute la città di Sagunto è persa, insegnavano i Latini.

Il governo ha provato a raccontare il braccio di ferro con l’Europa come una serie di antipatie personali - ora di Juncker ora di Moskovici - o di vendette di altri Paesi - ora la Germania ora la Francia - contro l’Italia. Peccato che i più risoluti a chiedere il rispetto di tutti parametri da parte dell’Italia siano stati i leader dei Paesi del cosiddetto «Gruppo di Visegrad», quelli con cui Salvini immagina di costruire una maggioranza di destra alle prossime Europee.
Bloccare oggi le grandi opere è davvero un suicidio per l’Italia, come dice il cardinale Bagnasco. Ma con una piccola differenza: le vittime non sarebbero gli italiani di oggi, che pure perdono decine di migliaia di posti di lavoro, ma saranno gli italiani di domani: si ritroveranno a una distanza incolmabile dagli altri Paesi. Già oggi arranchiamo e al Sud siamo a livelli da Terzo mondo, immaginarsi fra venti o trent’anni, quando i nostri treni saranno le tradotte d’Europa. Il futuro è un tema che affascina poco questo governo, i cui provvedimenti - i pochi provvedimenti - realizzati nell’arco di sei mesi mirano solo alla pancia della gente, a soddisfare bisogni che abbiano grande rilevanza mediatica (immigrati, sicurezza) ma nessun orizzonte. Questo è il vero suicidio, quello della speranza e della capacità di pensare al domani. Ha detto bene il card. Bagnasco.

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