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«C’è dell’incredibile nel consenso accreditato dai sondaggisti alla Lega di Matteo Salvini»

Il «capitano» e il paradosso di un successo inaspettato

C’è dell’incredibile nel consenso accreditato dai sondaggisti alla Lega di Matteo Salvini. Mai nella giovane storia repubblicana del nostro Paese era accaduto che un leader politico mettesse un movimento nato con una marcata identità territoriale in condizione di diventare in pochissimo tempo un partito capace di attrarre elettori provenienti da più aree politiche fino a diventare il fulcro dell’intero sistema. L’ultimo sondaggio, quello pubblicato sabato sul Corriere della Sera, attribuisce a Salvini il 36% dei consensi. Ricordiamo che la Lega il 4 marzo scorso aveva raccolto il 17,4% di voti reali. Percentuale salita nei sondaggi al 28,5% a fine maggio, al 31,2% a fine giugno e a luglio, al 33,5% a settembre, al 34,7% a fine ottobre e al 36,2%, appunto, a fine novembre.

Un risultato stra-ordinario se si considera che nel contempo sta crescendo il numero di astensionisti ed indecisi. In buona sostanza, tutti i partiti perdono voti, ad eccezione di quello guidato da Salvini che invece cresce senza sosta.
Le ragioni del conferimento di una fiducia così ampia da parte degli italiani sono almeno due. La prima è riscontrabile in quello che Max Weber avrebbe definito “potere carismatico” del leader. Un potere fondato, nel caso di Salvini, sull’efficacia dell’agire comunicativo, sulla chiarezza del messaggio, sulla coerenza del procedere lungo la traiettoria che separa la sfera delle intenzioni da quella della realizzazione, su presenza e compresenza in ogni spazio in cui c’è “popolo”. La seconda ragione è relativa invece alla possibilità di monetizzare dal punto di vista elettorale i temi fondanti la proposta politica leghista più di quanto non sia riuscito di fare finora ai Cinque Stelle con i cavalli di battaglia caratterizzanti l’universo pentastellato. In relazione a questo secondo punto si staglia all’orizzonte l’opportunità di sviluppare alcune considerazioni aggiuntive, frutto più che altro della necessità di aderire alla seduzione della realpolitik. Tra Salvini e il cancelliere tedesco Otto von Bismarck (inventore appunto della realpolitik), le differenze sono tante: diversamente dal secondo, il primo non rinuncerà mai ai propri ideali per ottenere risultati politici e di convenienza. Nonostante ciò, al leader della Lega non si può certo rimproverare la mancanza di pragmatismo.

Il paradosso in cui da alcune settimane vive il Capitano è legato proprio a questa situazione di forza rispetto all’altro contraente del patto di governo, ma anche rispetto a tutti gli altri partiti. Usare toni assertivi nello svolgimento dell’ermeneutica di questo contesto rappresenterebbe un azzardo. Ciò che si può fare è sollevare alcuni interrogativi. Eccoli. Come può Salvini amministrare nel modo migliore questo patrimonio fiduciario che, stando ai sondaggi, sfiora gli undici milioni di elettori? È più conveniente per lui rimanere al governo con Di Maio e superare i tanti contrasti interni alla maggioranza con pazienza e determinazione o rompere con i Cinque Stelle, come molti analisti sono pronti a scommettere, per intraprendere una strada diversa, per esempio a fianco degli ex alleati di centrodestra?

Vediamo vantaggi e svantaggi dei due scenari. Il vantaggio del primo scenario, quello della continuità dell’esecutivo Conte, consiste nella possibilità di consolidare ulteriormente le posizioni di potere e di enfatizzare, cosa che pure il capo del Carroccio sta facendo, la volontà di mantenere fede ad un impegno assunto in pubblico. Approccio che in politica, così come nella vita quotidiana, paga quasi sempre, visto che si alimenta la percezione di una persona in grado di mantenere la parola data. Lo svantaggio è legato, invece, al rischio del logoramento progressivo a fronte delle materie rispetto alle quali si registrano significativi contrasti interni alla maggioranza e attesa la volontà da parte grillina di recuperare, specie con azioni ben visibili nella sfera pubblica, il consenso perduto a vantaggio della Lega o del partito degli astensionisti.
In relazione al secondo scenario, quello cioè della rescissione anticipata dal contratto di governo, il vantaggio è dato dalla possibilità di tenere ancora in piedi la coalizione di centrodestra insieme agli ex alleati, provando strade alternative. Gli svantaggi, invece, sono riconducibili alle tante incognite presenti. Anche in questo caso è meglio procedere per domande, anziché per formule assertive. Come si comporterebbe il Quirinale in caso di crisi di governo? Scioglierebbe le Camere o farebbe andare avanti la legislatura? A chi il Capo dello Stato darebbe l’incarico di formare il nuovo esecutivo? Come si comporterebbero i Cinque Stelle? Come reagirebbero i tanti parlamentari che non vogliono andare a casa? È vero che ai fini di questa analisi è impossibile prescindere dalla considerazione della velocità con la quale ascesa e discesa della parabola renziana si sono consumate (in questo caso oltretutto con un 40% di consensi reali), ma non si può omettere di valutare le molte variabili contestuali in campo, a partire dalla presa d’atto che è più probabile che il Colle opti per una prosecuzione della legislatura, anziché per una sua conclusione anticipata.

Così argomentando, risulta evidente che gli scenari possono essere tre. Il primo: governo tecnico e delle larghe intese con incarico dato ad una figura non politica. Il secondo: governo di centrodestra con Salvini premier ed una maggioranza composta da Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia e con il soccorso di una pattuglia nutrita di “responsabili” da reclutare tra coloro che dentro il M5S e il Pd farebbero di tutto pur non di lasciare troppo presto il seggio parlamentare. È lo schema che piace di più a Berlusconi, il quale tende a rinviare il più possibile l’appuntamento con le urne per non misurarsi con risultati elettorali che si preannunciano deludenti. Il terzo scenario: ricorso, stando almeno ai numeri, all’unica maggioranza realmente alternativa a quella attualmente presente in Parlamento, ovvero Cinque Stelle e Pd, specie dopo la “de-renzizzazione” del Partito Democratico. In due casi su tre Salvini rischierebbe di subire un effetto boomerang. In un caso si arriverebbe perfino ad un ribaltamento netto e radicale della volontà popolare, che rappresenterebbe un vulnus difficilmente sanabile. Insomma la situazione è assai complessa. La verità è che talvolta essere anzitempo sulla cresta dell’onda comporta più problemi del non esserlo. La difficoltà di rimanere antisistema quando si entra a far parte del sistema: il problema è tutto qui. E non è un problema di poco conto. Vale certamente per la Lega, ma anche per i Cinque Stelle.

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