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Dalla corsa al centro alla fuga dal centro

Per lunghi decenni, la garanzia di successo in democrazia era sinonimo di «centro». Chi partiva da sinistra e chi partiva da destra avevano un solo obiettivo: convergere al centro

De Tomaso da oggi in Rai  ricorda i giorni della Storia

Al centro, al centro. Per lunghi decenni, la garanzia di successo in democrazia era sinonimo di «centro». Chi partiva da sinistra e chi partiva da destra avevano un solo obiettivo: convergere al centro, per fare colpo sulla tradizionale opinione pubblica moderata. Chi risultava più convincente nell’opera di seduzione di un elettorato senza grilli per la testa, si assicurava la guida del Paese. La voglia di «centro» non era un’esclusiva italiana. Caratterizzava tutte le democrazie occidentali, a iniziare dalla più importante: gli Stati Uniti d’America. Non a caso la presidenza a stelle e strisce era preclusa ai leader più estremi di democratici e repubblicani.

E le poche volte in cui i candidati più radicali dei due superpartiti Usa riuscivano a ottenere la nomination per la Casa Bianca, il risultato elettorale li puniva al di là di ogni (negativo) pronostico.
La musica è cambiata con Donald Trump. Ma non è cambiata solo in America. Oggi quasi tutte le democrazie del mondo stanno vivendo un fenomeno opposto a quello consolidatosi subito dopo la fine della seconda guerra mondiale. Dalla corsa al centro si sta passando alla fuga dal centro. Ieri, i guru estremisti quasi si vergognavano di essere tali o, almeno, cercavano di camuffare le loro entrate a gamba tesa sull’avversario e sulle regole canoniche di una comunità. Oggi, invece, sono i tipi moderati a forzare la propria indole pur di apparire più tosti dei rivali e strappare un invito in tv, un titolo sui giornali, e un «mi piace» sul web.

Il «centro», che un tempo era il luogo della mediazione e del compromesso - perché la democrazia è innanzitutto mediazione/compromesso - adesso è un luogo più desertificato del Sahara. Convergere al «centro» oggi non sembra una manovra profittevole. Nessun esperto della comunicazione lo consiglierebbe a un suo committente politico.
Sicuramente l’esplosione internettiana ha eccitato le spinte centrifughe a scapito di quelle centripete, ma ciò non toglie che il capovolgimento dei «punti fermi» di ogni sistema democratico - appunto, vince, com’è stato finora, chi sa rivolgersi meglio ai votanti di «centro» - rischia di modificare la stessa natura degli ordinamenti di libertà sperimentati negli ultimi secoli.

Si è radicalizzata la domanda politica. E di conseguenza si è radicalizzata la risposta, anzi la stessa offerta politica. Se gli americani di destra hanno sdoganato l’estremista populista Trump, la cui elezione solo cinque anni addietro veniva ritenuta più improbabile del ritiro di Weinstein in convento, gli americani di sinistra stanno legittimando candidati che non temono di definirsi socialisti, da sempre una parola proibita anche per le schiere più progressiste della società yankee.
Ma il «socialismo» di cui parlano i neofiti Usa ha poco in comune con i princìpi della socialdemocrazia europea, visto che richiama temi e valori che nel Vecchio Continente verrebbero catalogati nel settore del populismo di sinistra. Cosicché non è da escludere che tra due anni si sfidino, per la Casa Bianca un populista/estremista di destra e un populista/estremista di sinistra. Con buona pace della tradizione centrista (ora spostata a destra ora a sinistra, ma sempre centrista) delle leadership presidenziali americane.

Del resto, qualcosa di simile è già accaduto in Italia, con la novità che, qui da noi, i due movimenti anti-centristi si sono provvisoriamente alleati tra loro, sia pure per ragioni prevalentemente tattiche e numeriche. Ovviamente, non si sarebbe verificato alcun contatto, tanto meno alcun contratto, se in Italia fosse stato introdotto un sistema elettorale bipartitico sulla falsariga di quello americano.
Ma tant’è. Resta la constatazione che il «centro» non fa più presa e che il futuro prossimo venturo, non solo in Italia e negli Usa, verterà su una sfida continua tra forze estreme e identitarie, anche tra quelle che (momentaneamente) dovessero ritrovarsi vicine di sedia in Consiglio dei ministri.

Ma potrà una democrazia sopravvivere, senza sussulti, all’eutanasia del «centro»? Si potrà obiettare che in alcune nazioni democratiche provvede il modello elettorale a concimare il terreno delle sigle antagoniste. È vero. Ma la competizione, nelle classiche «democrazie conflittuali», prevedeva come posta in palio la conquista del «centro». Ora lo scenario si è ribaltato e anche i sistemi costituzionalmente favorevoli alla tenuta del «centro» nulla possono di fronte all’avanzata delle formazioni più radicali.

La questione potrebbe essere archiviata come una disputa semi-politologica se non provocasse riflessi nella vita di tutti i giorni. Può un sistema resistere a oltranza alle scosse di una contrapposizione permanente tra i contendenti? Può ignorare, sconfessare la virtù della mediazione, indispensabile nella gestione di problemi assai complessi?
Di questo passo, invece, a furia di radicalizzare qualunque cosa, ci toccherà assistere, grazie, anche o soprattutto, all’estremismo rancoroso dilagante, ai colpi di scena più inimmaginabili, fino all’approdo di Fabrizio Corona a Palazzo Chigi.

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