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BARI - Anna è un'adolescente come tante: gli amici, la scuola, la parrocchia. Un giorno, però, la sua vita è stata stravolta del tutto. Aveva 15 anni quando un ragazzo ha iniziato a perseguitarla. Messaggi, telefonate, appostamenti sotto casa: non doveva vedere le amiche, non doveva frequentare la palestra, un vero e proprio incubo. Da ragazza allegra e libera ha iniziato ad avere paura di uscire, di andare a scuola. Oggi ha 17 anni (vive nel Nord Barese), ma nella sua giovane vita ha già assaggiato il senso di oppressione. A renderle la vita un inferno per 7 mesi ci ha pensato il suo fidanzatino. Già fidanzatino, perché quando questa storia ha avuto inizio, Anna era poco più di una bambina. Lo precisiamo, Anna è un nome di fantasia: nonostante la ragazza e la mamma abbiano manifestato l'intenzione di metterci la faccia, abbiamo ritenuto opportuno tutelarla raccontando la sua storia in maniera anonima.

«L'ho conosciuto a una festa di alcuni amici dei miei, lui con una scusa si è avvicinato e abbiamo iniziato a chiacchierare, poi ci siamo scambiati i numeri, ma lui viveva a Torino, quindi era difficile incontrarci. Abbiamo iniziato a scriverci, così per gioco. Poi il caso ha voluto che si trasferisse nel Brindisino e quindi è iniziata la nostra “amicizia”. Parlavamo tanto, lui mi raccontava dei suoi problemi, di quanto avesse sofferto da piccolo a causa di una malattia e io lo ascoltavo e a ogni sua parola mi intenerivo sempre più. Mi dispiaceva per ciò che aveva subito in passato, poi all'improvviso mi ha baciata. Io all'inizio l'ho respinto: era troppo presto. Ma abbiamo continuato a sentirci».

Il ragazzo, suo coetaneo, non ha desistito e ha continuato a contattarla finché non si è presentato a casa sua per farle una sorpresa: «Io non mi aspettavo di trovarlo lì, mi ha sorpresa ma m'ha fatto piacere ricevere queste sue attenzioni. Così quel giorno ci siamo messi insieme. Non sapevo però in che guaio mi stessi cacciando». I due si vedevano una volta a settimana, all'inizio tutto bene finché lui non ha iniziato a imporle di non truccarsi più, di non andare in palestra, di non vedere le sue amiche e di informarlo su tutti i suoi spostamenti. «Non potevo fare più niente senza che lui ne fosse al corrente. La prima avvisaglia l'ho avuta dopo poco più di un mese: gli avevo detto che avrei staccato il telefono per alcune ore e lui ha dato di matto. Nonostante l'avessi avvisato mi ha chiamata centinaia di volte, senza riuscire a contattarmi così ha chiamato le mie amiche e mia madre. Io mi sono molto arrabbiata ma lui si è giustificato dicendo che era preoccupato per me, pensava mi fosse successo qualcosa di brutto. Così l'ho perdonato».

I suoi atteggiamenti soffocanti sono peggiorati con il passare del tempo e dalla violenza psicologica è passato ad imporle di fare “cose spinte” che lei non voleva fare. Ma Anna acconsentiva perché lo amava: «La mia famiglia era preoccupata, non mi riconosceva più. A far suonare il campanello d'allarme è stata una mia amica, stavo cambiando e non me ne ero accorta. Ma a farmi riflettere davvero è stato mio papà che pieno di preoccupazione mi ha parlato con il cuore in mano e mi ha fatto ragionare: sono stata ingenua, forse, però ho capito che non meritavo tutto questo. Quella sera stessa l'ho chiamato per dirgli che era finita e di tutta risposta ho ricevuto un no secco - “Tu non hai nessun diritto di decidere! - mi ha urlato contro. Io ero scioccata, non mi aspettavo questa reazione. Ma pensavo di poterlo cambiare, di poterlo aiutare».

A salvare Anna ci hanno pensato i suoi genitori, ma una grande mano gliel'ha data la sorte: il ragazzo poco tempo dopo si è trasferito di nuovo e i due non si sono più visti. Anna ha canalizzato quel dolore e l'ha esorcizzato con la scrittura: «Tutta quella rabbia, quella paura l'ho buttata su un foglio. Ho iniziato a scrivere poesie. Solo così mi sentivo bene e sputavo fuori tutto ciò che provavo». Da lì la decisione di parlarne a scuola: «Voglio aiutare le altre ragazze che hanno vissuto il mio stesso incubo». Una testimonianza, quella di Anna che vuole e deve far riflettere proprio oggi, 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. «L'unico modo per combattere tutto questo è quello di metterci la faccia. Bisogna avere la forza di ribellarsi, di parlarne: solo così si può spezzare la catena di violenza, perché un uomo che maltratta una donna non è un uomo che la ama. La violenza, di qualsiasi tipo, non è mai amore. Mai».

Ecco una delle sue poesie:

Abbraccio

Abbraccio caldo di un cuore freddo,
Ti ho stretto a me per non farti crollare,
Mi hai stretta a te per non farmi fuggire,
Hai stretto forte, mi fai male, non ti importa.
Abbraccio stretto,
Abbraccio di serpe,
Abbraccio,
abbraccio mortale,
Soffoco tra le tue braccia,
Annego tra le tue grida di parole velenose.
Togli il fiato ma non per lo stupore
Mani sul collo, sarebbero poco diverse
A stringere, a stringere.
Abbraccio,
Tra le tue braccia io sparisco
Tra le tue braccia io ci muoio.

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