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In Puglia e Basilicata

Dopo il festival

«I Maneskin rocker? Rivoluzione solo per Sanremo», la Puglia della musica commenta la vittoria

Festival di Sanremo, vincono i Maneskin, secondi Michielin/Fedez

Le dichiarazioni di Cesare Veronico, Giò Sada e Serena Brancale

11 Marzo 2021

Nicola Morisco

A una settimana dalla conclusione del festival di Sanremo le polemiche, o presunte tali, sulla vittoria del giovane quartetto romano Maneskin, vincitori della 71a edizione con il brano Zitti e buoni, sembrano non placarsi. Nulla da eccepire sulla bravura e la freschezza della band, anzi a loro va il merito di aver portato sul palco dell’Ariston quel rock duro (hard rock), che molti avevano dimenticato o che forse non conoscevano affatto. Così come le accuse di plagio del loro brano che secondo alcuni è simile a F.D.T. – Fuori di testa- (2015) di Anthony Laszo, poi sciolte come neve al sole, peraltro dallo stesso Laszo, il quale ha speso parole elogiative per i quattro ventenni romani. Detto questo, però, c’è da dire che, forse, si è fatto un uso improprio della performance Maneskin da molti definita trasgressiva, innovativa e addirittura rivoluzionaria. Tre aggettivi che, per chi ha ascoltato e seguito l’evoluzione del rock, partendo proprio da quel Rock Around the Clock (1955) di Bill Haley (definito per convenzione l’inizio del rock), sono stati la colonna portante in questo genere musicale.

Pensiamo alle scorribande erotiche-trasgressive di Iggy Pop con e senza i suoi Stooges, o alle masturbazioni sul palco di Jim Morrison con i suoi Doors. Per non parlare della distruzione degli strumenti a fine concerto degli Who, dei processi pubblici ai critici musicali, che il grande Nick Cave faceva durante i suoi concerti e la trasgressione in tutti i sensi, nei concerti del periodo punk e post punk. E se vogliamo trasgressivo, rivoluzionario e innovativo, è stato anche il brano 4.33: il mitico silenzio di John Cage al quale tutti dovremmo pensare prima di dire o fare qualcosa. Ma questa è un’altra storia. Tornando a noi, la domanda è d’obbligo: quanta inconsapevolezza c’è, negli artisti e nel pubblico, del rock prodotto in quasi 70 anni di vita?


Abbiamo ascoltato il parere di Cesare Veronico, coordinatore artistico di Puglia Sounds-Medimex e del cantautore barese Giò Sada, che con il rock hanno dimestichezza. «I suoni sono ben noti al pubblico che ascolta rock e si possono incasellare nell’hard rock tipico degli Anni ’80 - commenta Veronico -. Pensando al grande pubblico, invece, di recente film come Rocketman, dedicato alla vita di Elton John, Bohemian Rhapsody, in cui si racconta la storia dei Queen, hanno evidenziato sia lo stile che il look di rottura degli Anni ‘70. Quindi direi che anche da questo punto di vista, sono cose conosciute. Di certo fa piacere che il pubblico italiano, abbia fatto orecchio a certe sonorità, tanto da premiare un brano rock. E questo rappresenta un bel segnale. La provocazione, invece, va contestualizzata in una diretta televisiva di un festival pop italiano e possiamo definirla simpatica. Di certo non è minimamente paragonabile a cosa erano capaci di fare dal vivo artisti come David Bowie, Alice Cooper, Ozzy Osbourne ed altri».

Per il cantautore Giò Sada, la rivoluzione deve essere inquadrata nell’ambito sanremese. «Sound di questo tipo fatto con questa intensità da quattro ventenni – spiega Sada -, a Sanremo non è mai accaduto, neanche negli anni in cui poteva succedere (‘70 e ‘80), anche perché il rock si teneva lontano da Sanremo. È un segnale importante, anche perché i 4 ragazzi sono molti istintivi. Per quanto riguarda il rivoluzionario e il trasgressivo, dovremmo comprendere cosa si intende con questi due termini. Il rock di per sé nasce come contrasto a certe regole e dogmi imposti dalla società, quindi se la trasgressione dei Maneskin è legata a Sanremo l’accetto. Il problema è capire se questa novità riuscirà a rompere gli schemi sanremesi».
Infine, anche se non è una rocker, abbiamo ascoltato la cantante Serena Brancale, che in passato ha partecipato a Sanremo. «Alla luce della musica che oggi viene pubblicata su Spotify e in streaming – precisa Brancale -, i Maneskin rappresentano un messaggio interessante mirato ai ragazzi, che devono tornare a suonare dal vivo. È come se Sanremo volesse ricordare ai giovani che la musica vince suonata, non sui canali digitali. Ci stiamo appiattendo nell’ascolto, nel modo di cantare e pensare la musica. I Maneskin, anche se contestualizzato nel mondo sanremese, rappresentano una diversità rispetto al solito cliché».

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