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Pacifico torna sul palco con il suo “Bastasse il cielo”, il nuovo album d’inediti uscito l’8 marzo. Il cantautore milanese, tra i più stimati del panorama italiano, fa tappa a Bari venerdì 17 maggio alle ore 21 all’Officina degli Esordi, il laboratorio urbano in via Crispi, 5 (biglietti 15 euro, disponibili su Ticketone e Vivaticket). Lo abbiamo intervistato per sapere qualcosa in più sul disco, che ha molto a che fare con le atmosfere francesi, e sul suo modo di intendere la musica (ha vinto il Premio Tenco per l’opera prima, ha partecipato al Festival di Sanremo vincendo il premio per la miglior musica, e ha duettato con alcuni dei più grandi artisti italiani e internazionali).

Due mesi fa è uscito il Suo nuovo disco, «Bastasse il cielo»: che feedback sta ricevendo?

«Ottimi. Non mi aspettavo, dopo anni di assenza come interprete, tanta attenzione. La gente viene ai concerti sapendo il disco a memoria, i giornalisti hanno colto il mio tentativo di avere più musica, più spazio e aria intorno ai testi. E molti mi hanno detto che mancavo, e questi piccoli incoraggiamenti aiutano a ritrovare la voglia di scrivere»

Un disco che sa molto di Francia e di Parigi, città a Lei molto cara: che rapporto c'è tra Lei e la cultura francese, e che differenze trova a livello musicale con l'Italia, anche a livello di risposta del pubblico?

«Le differenze sono nella considerazione degli artisti. In Francia puoi restare artista fino alla pensione - che esiste - senza diventare famoso, e senza sembrare patetico. Ci sono degli strumenti statali a sostegno e protezione di questo tipo di lavoro, tradizionalmente esposto ad annate disastrose. Detto questo, dall'Italia può sempre uscire un fenomeno, un'eccellenza, rinforzatosi nelle sue convinzioni e capacità proprio dall'assenza di protezione»

In definitiva meglio essere cantautore in Francia o in Italia?

«Meglio essere italiano perso per il mondo a vedere come lavorano gli altri, di quali colori, luci, insegne, accenti, pietanze si nutre il loro immaginario»

Cosa pensa della nuova musica italiana, che in questo momento storico sta riscoprendo linfa vitale? Le piace qualcuno dei "nuovi" cantautori?

«Le camerette, le sale prova con i cartoni delle uova alle pareti, non sono mai deserte. I ragazzi suonano per cambiare, per farsi notare, per viaggiare. In Italia ora c'è un vero cambio generazionale. Mi interesso a molti, seguo cantautori pop, occhieggio ai trapper o rapper con attenzione, e spesso mi arrivano sorprese. Ma alla fine resto affascinato da un giovane non lontano dalla tradizione, Vasco Brondi»

Lei ha collezionato esperienze indimenticabili, dalla Targa Tenco, al Festival di Sanremo, a duetti di prestigio: qual è il momento della Sua carriera che le è rimasto più "scolpito" nella mente?

«Molti. Se devo sceglierne uno recente, il profilo di Ornella Vanoni a Sanremo. Ero dietro di lei al pianoforte, la voce fermava il tempo come succede con i grandi artisti»

Cosa è rimasto oggi sul palco del Gino De Crescenzo che si esibiva da ragazzino, e cosa invece è cambiato?

«Gino De Crescenzo sono decenni che lotta con la timidezza, e spesso ha la peggio. Il palco mi aiuta a trovarmi come non credevo, a sorprendermi di me stesso. Da ragazzino non mi esibivo, e nei Rossomaltese stavo nascosto dietro la chitarra. Pacifico è stata la mia tardiva fioritura»

Qual è la cosa relativa alla musica che la emoziona di più, dopo tanti anni?

«La sorpresa quando metti su un pezzo, o passi da un concerto, da una rassegna, ed esce una band, o una ragazza coi codini, o un tipo occhialuto sicuramente emarginato a scuola. E questi sono pronti, e in qualche modo, con tutte le imprecisioni, perfetti. Perché la musica era il canale per uscire dai limiti che gli altri o loro medesimi si erano imposti. E magari è gente che non gode di considerazione, ma lì, sul palco, sono giganti, principi. Questa trasformazione mi emoziona sempre, e so che sempre si può incontrare. È in qualche modo toccata anche a me. Non ho scritto una riga fino ai 38 anni. Poi mi sono chiuso in una stanza per sei mesi, senza quasi deciderlo, e ho trovato la scrittura ad aspettarmi»

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