Venerdì 18 Gennaio 2019 | 22:53

Lettere alla Gazzetta

Europa, guai a dimenticare le sue radici cristiane

L’Europa vive momenti particolarmente difficili su tutti i fronti della politica, dell’economia e della sicurezza dei suoi cittadini. Anche Matera, capitale europea della cultura per il 2019, dovrebbe riflettere sull’argomento ed organizzare un incontro-dibattito. La stessa Commissione, per alimentare e stimolare il dibattito, nei prossimi mesi pubblicherà anche un insieme di «reflection paper» che dovranno delineare i contorni di un’Unione Europea rinnovata e riguarderanno lo sviluppo della  dimensione sociale dell'Europa, la gestione della  globalizzazione, l'approfondimento dell'Unione economica e monetaria  sulla base della relazione dei cinque presidenti del giugno 2015, il futuro delle  finanze dell'Ue, il futuro della  difesa europea.
Sarà necessario affrontare gli scenari dell’Europa fino al 2025 consapevoli del passato, del pensiero dei padri nobili che unirono commercialmente il vecchio continente, cercando di «riscoprire, apprezzare e difendere il ricco  patrimonio culturale e religioso  di questi secoli». Con queste parole già Papa Benedetto XVI  concluse un’udienza generale nel 2009, richiamando  il desiderio  di  Giovanni Paolo II  di veder ricordato nel  Trattato costituzionale  dell’Unione Europea un riferimento alle radici cristiane, patrimonio comune dell’Oriente e dell’Occidente. Molti storici, credenti e non credenti, cristiani e non cristiani, presero posizione sostenendo la richiesta di Giovanni Paolo II e tra loro anche l’italiano  Sergio Romano, laico e anticlericale che sul  «Corriere della Sera» scrisse: «Dovrebbe dunque la Costituzione europea, come chiede ora implicitamente Giovanni Paolo II, menzionare le religioni e riconoscere, come suggerisce Francesco Cossiga, le radici cristiane dell’Europa? Se accettassimo questi suggerimenti  renderemmo onore alla verità.  La storia politica dell’Europa è cristiana».
Anche a Matera, durante una sua visita, il filosofo  Massimo Cacciari  ha affermato:  «Come facciamo a non appartenere ad un evo che è  marcato dal segno della croce? Solo uno stolto può ritenere che questo non è, per ciascuno di noi, credente o non credente, un problema, forse il problema e cioè quello della propria tradizione, delle proprie radici, del proprio linguaggio e della propria cultura».

Pierluigi Diso, Matera

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