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LETTERE ALLA GAZZETTA

Il terrorismo islamico non risparmia gli italiani

Questa volta il terrorismo islamico ha colpito innocenti clienti di un ristorante di Dacca riuniti per trascorrere una serata di distensione all’insegna dell’amicizia. Tra loro anche nove italiani. Si trovavano in quella città per motivi di lavoro. Erano persone intraprendenti, che amavano il rischio dell’impresa e che vi si erano trasferiti per esprimere al meglio il loro genio creativo nel settore della tessitura, della confezione e della moda. Contro di loro un commando di terroristi integralisti ha sferrato il suo attacco omicida consumando l’orrendo massacro soltanto perché li aveva giudicati «crociati infedeli», lontani dal loro dio. Ma quale dio? Un dio falso che pretendono di onorare solo con lo spargimento di sangue di vittime innocenti? Certo no. Un Dio vero rifiuta eccidi feroci di questo genere. Ed è proprio quel Dio che rassomiglia tanto al Dio amato e venerato anche da una sconfinata moltitudine di mussulmani che si riuniscono in preghiera nelle moschee di tutto il mondo; un Dio rispettoso della vita e della libertà dell’uomo, intollerante della violenza assassina e assetata di sangue. Intanto il fanatismo rozzo continua ad accecare le menti e ad irreggimentare proseliti. Pesca soprattutto in una moltitudine di giovani intelligenti, istruiti e persino benestanti. Il che deve far ricredere su un fondamentalismo che pesca seguaci negli ambienti poveri e ignoranti. Si tratta, infatti, di giovani usciti dalla scuole dei predicatori estremisti, plagiati ad arte, manipolati nelle intelligenze, addestrati nei comportamenti e arruolati nei gruppi eversivi fondamentalisti sparsi negli angoli più strategici del mondo. A questi giovani piace l’estremismo perché ne esalta il protagonismo rendendoli orgogliosi di accettare il martirio candidandoli al godimento delle delizie eterne. Il rispetto della dignità della vita e della libertà religiosa per loro non ha senso. Chi non recita a memoria determinati versi del Corano per loro è un infedele; dunque un nemico da abbattere, come gli sfortunati clienti del ristorante di Dacca. Così hanno seminato morte costringendo l’Italia a piangere nove vittime e ad avvertire ancora di più il peso del terrore. Anzi questo peso è stato avvertito da tutto il mondo pacifico che è rimasto sconvolto. Questo mondo, però, non deve limitarsi a piangere giusto il tempo dei funerali, ma è opportuno che maturi propositi di azioni concrete che, prescindendo dalle ipocrisie sotterranee, prevedono lo smantellamento degli arsenali, l’isolamento dei trafficanti, l’intensificazione della cooperazione, la lealtà nei rapporti internazionali, la ridistribuzione dei redditi, la bonifica educativa dei giovani. Il mondo ha bisogno di giovani come Faraaz Hussein il quale, pur graziato dai terroristi per aver recitato i versi del Corano, ha preferito sacrificare la sua vita accanto a quella delle due amiche che erano vestite all’occidentale e senza il velo. Ha capito, da vero mussulmano, che la libertà e la tolleranza sono valori imprescindibili per ciascun uomo. Eppure era anche lui figlio di benestanti di Dacca, come i suoi assassini.

Michele Giorgio, Bitonto (Bari)

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