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IL CINEMA IN PUGLIA

Un mix di antico e moderno nel «Da do da» di Cirasola

Il film girato nel 1991, tra Noci, Santeramo, Gravina e Altamura, mescola in modo originale i miti greci con le mode a stelle e strisce

Il termine «globalizzazione» è ormai usato così spesso dai mezzi di comunicazione che la parola è entrata nel lessico comune e non suscita più scalpore, tanto da risultare ormai acquisita.

Solo un ventennio fa, invece, all’inizio del ventunesimo secolo, parlare di «globalizzazione» significava discutere di un evento che veniva spesso presentato come nuovo, sorprendente, inatteso e forse non pienamente comprensibile, oltre che destinato a connotare in modo permanente il futuro e a stravolgere la vita dei cittadini e delle istituzioni. Questo cambiamento, che nel terzo millennio si è materializzato in particolare con l’apertura all’economia di mercato di molti Stati, su tutti la Cina, l’India e i Paesi dell’Est, è stato «letto» e interpretato da molti artisti.

All’inizio degli anni Novanta, dopo gli eventi simbolo della protesta di piazza Tien An Men e della caduta del muro di Berlino (entrambi del 1989), diversi registi hanno analizzato la forte ascesa delle nuove potenze mondiali.

Il barese Nico Cirasola lo fa in una pellicola surreale, «Da do da», cioè «da una sponda all’altra - spiega - in dialetto barese, da qua là», film che fotografa i cambiamenti della società partendo dalla Valle dei Templi di Agrigento.

La valle è un parco archeologico, patrimonio Unesco, caratterizzato dall’eccezionale stato di conservazione di una serie di importanti templi del periodo ellenico, intitolati a divinità della mitologia greca e romana, da Giunone a Giove, Atena.
«Quei templi - ricorda il cineasta originario di Gravina - ispirarono, nel 1990, il film “Da do da”. Ero in vacanza in Sicilia con mia moglie (Lucia Diroma, che insieme a Elia Canestrari curò la sceneggiatura del lungometraggio, ndr). Al termine di una visita guidata al parco archeologico, notammo la presenza di un gelataio che vendeva coni al limone e cassate, su un carretto a tema. Tra le statue di Venere, Giunone e Zeus notai però un’intrusa, la Statua della Libertà, simbolo di New York e degli Stati Uniti d’America. Questo particolare, aggiunto al contrasto paesaggistico che emergeva dal confronto tra la bellezza del parco archeologico e le brutture dei palazzi di cemento di Agrigento - racconta -, mi indussero a una riflessione sui cambiamenti in atto, in questo caso sulla americanizzazione di un luogo antico (risale al 581 avanti Cristo) come la Valle dei Templi. Due opposti ai quali, pensammo, gli dèi si sarebbero ribellati».

Da questa considerazione nasce la trama: «I cultori del mito affermano che gli dèi - aggiunge Cirasòla -, una volta ogni secolo, decidono di scendere sulla terra, nel caso nostro nella Magna Grecia a loro ben nota, e qui si incarnano in uomini mortali per conoscere i cambiamenti in atto. Ne nasce una storia surreale, con Giove, capo dell’Olimpo, che si innamora della Statua della Libertà, perché è convinto che essa sia una sua antica “fiamma” scomparsa negli oceani. Egli si rende mortale, dopo essersi accoppiato con una giovane donna, ma Giunone, gelosa della rivale, dà incarico alla popolazione che ritiene più vicina all’Olimpo, i baresi (erano già stati capaci di traslare i resti di San Nicola, ndr) di rapire questa statua e trasportarla sulle vicine colline. La consorte di Zeus-Giove considerava insopportabile il fatto che, nei luoghi della Magna Grecia, la Statua newyorchese fosse diventata più famosa. In tutti i bar c’erano simboli americani, come i palazzi di Manhattan. Per questo, dopo aver scoperto l’incontro tra Giove (interpretato da Donato Castellaneta) e la Statua della Libertà (Gilla Novak), scena ripresa sotto un gigantesco albero nelle campagne di Noci, Giunone (la Novak nel doppio ruolo) organizza il rapimento della Statua della Libertà».

La dea crede che la gente di Bari sia la più accreditata alla missione, visto che i baresi avevano trafugato le reliquie di San Nicola dall’Asia Minore.

Al rapimento partecipano anche le donne. Ma la missione finisce male e si conclude con la Statua americana che fugge da Manhattan. «Infine gli dèi ritornano nell’Olimpo, sdegnati dal caos di una globalizzazione che, cancellando la storia, aveva generato confusione. Anche il gelataio va via dalla Valle dei Templi», rimarca l’autore.

Il film fu girato a Noci, Putignano, Santeramo in Colle, Gravina e Altamura. «Grazie all’aiuto del poeta e sassofonista Vittorino Curci - ricorda Cirasòla - ottenemmo la disponibilità a registrare molte scene a Noci e a ospitare, nell’ex Albergo Miramonte, il quartier generale della produzione. Nel film, Curci recitò la parte di un arabo che suonava il sax, in una sorta di contaminazione globale tra Oriente e Occidente».

Nel cast figurano attori come Alfonso Stani nel ruolo di Ganimede, il monopolitano Diego Verdegiglio (Mercurio), il gioiese Donato Castellaneta (Giove), Frank Lino (Eros), Gilla Novak (Giunone) e tanti artisti baresi come Max Delgado, Mino Barbarese, Totò Onnis, Gianni Colajemma e futuri noti professionisti come il professor Sergio Lorusso, Tiziana Diroma, Alessandra Mollica oggi affermata psicologa. Direttore della fotografia fu Emilio Della Chiesa, di Padova, e nello staff di operatori e tecnici c’erano Fabio Olmi, figlio del regista Ermanno, e Giovanni Piperno, futuro regista. Le musiche furono curate dal professor Mino Lepore, direttore in quegli anni dell’Orchestra sinfonica della Provincia di Bari.

«Da do da», che raccontava le contraddizioni della globalizzazione negli anni della Guerra del Golfo (1990-91 in Iraq), fu anche oggetto di studio. Nella sua «Puglia Mitica» (Levante Editori, Bari, 2013) il professor Francesco De Martino (docente al Dipartimento di studi umanistici dell’Università di Foggia) vi dedicò un intero capitolo.

Diversa fu, invece, l’accoglienza alla Mostra di Venezia del 1994: «Fummo esclusi ma avemmo nitida l’impressione che il film non era stato nemmeno visto - racconta ancora Cirasola -. Ne scaturì una polemica e accadde che sull’esempio francese dei Salon des Refusés riuscimmo, con la collaborazione dell’addetto stampa Mimmo Morabito, a inventarci il Salone degli esclusi e riuscimmo a proiettare nella Sala Perla del Lido tutte le pellicole non ammesse. Convinti tuttavia che non sempre un impedimento sia negativo, ci ritrovammo a essere gli unici italiani invitati a partecipare a un prestigioso festival del cinema a Shangai, in una Cina che nei primi Novanta, dopo Tien An Men, muoveva timidi passi verso l’apertura al mercato globale».
Il lungometraggio, per il modo surreale con il quale tratteggiava la globalizzazione, fu tradotto in lingua cinese, partecipò a diversi festival e rassegne ottenendo premi importanti in Francia ad Annecy, in Germania a Berlino, in Egitto al Cairo. Molto apprezzate le scene girate a Putignano, nel corso di un Carnevale che si svolse ad aprile per la guerra in Iraq, vista la vicinanza della base Nato di Gioia del Colle.

«Erano gli anni della Guerra del Golfo - racconta Cirasòla -. Come sempre, i maestri cartapestai dedicarono i propri capolavori al tema del momento. Così accadde che ci trovammo ad ambientare alcune scene nei capannoni dei cartapestai e sul corso che ospitava la sfilata putignanese. Le gigantesche immagini di Saddam Hussein, del presidente della Repubblica Francesco Cossiga nel suo ruolo di picconatore, dell’astro nascente della politica Silvio Berlusconi, finirono sugli schermi di mezzo mondo. «”Da do da” - conclude il regista - fu non solo il barese da una sponda all’altra del mondo ma anche il suono gutturale che riprendendo, come affermava Freud, le prime parole pronunciate dai bambini, evocava un cambiamento in atto, quella globalizzazione che oggi ha trasformato la nostra vita».

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