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Bari, Sordi e la Vitti al Petruzzelli nel film «Polvere di stelle»

Albertone con Monica Vitti in «Polvere di stelle» nel 1973, lungometraggio girato in parte a Bari nella città vecchia, sul lungomare, al Teatro Petruzzelli e nell’Albergo delle Nazioni, ma anche nelle campagne fra Martina Franca e Locorotondo


BARI - Se è vero che l’uomo è fatto della stessa materia di cui sono fatti i sogni, ossia stelle, allora «Polvere di stelle» finissima è piovuta su Bari nel 1973.

Il 15 giugno scorso Alberto Sordi avrebbe compiuto un secolo di vita. Il modo migliore, perché autentico, di ricordarlo è raccogliere le testimonianze di chi ha goduto della sua amicizia e ha partecipato al set del lungometraggio «Polvere di stelle» diretto e interpretato magistralmente dallo stesso Albertone. Al suo fianco Monica Vitti che per quella pellicola vinse il David di Donatello come migliore attrice nel 1974. Nel cast anche Franco Angrisano, Dino Curcio, Carlo Dapporto, Edoardo Faieta, Franca Scagnetti, Silvana Zalfatti, Wanda Osiris, John Phillip Law e un Alvaro Vitali non ancora «esploso» come Pierino.
Il film è ambientato a Roma nel 1943. La soubrette Dea Dani (Vitti) e il comico Mimmo Adami (Sordi), coniugi, guidano una compagnia d’avanspettacolo come molte a quei tempi, cercando di mettere insieme il pranzo con la cena. Dopo l’armistizio chiesto da Badoglio l’8 settembre, gli attori sono arrestati e tenuti in carcere dai fascisti, ma Dea riesce a farli uscire di prigione concedendosi a un federale (Angrisano).

La compagnia riprende l’attività e giunge a Bari, stracolma di soldati statunitensi. Mimmo e Dea preparano al Petruzzelli uno spettacolo di successo che si intitola appunto «Polvere di stelle». Anche loro vivono una serata di gloria ma la realtà è assai più dura. Roma è occupata e altre compagnie di attori più importanti devono rifugiarsi a Bari. Per Mimmo e Dea a un certomomento non c’è più posto e devono rientrare a Roma. Girovagano invano chiedendo scritture degne della loro «bravura» ma ormai vivono solo di ricordi e rimpianti.

A Bari sono state girate diverse scene nella città vecchia, sul lungomare, al Teatro Petruzzelli e nell’Albergo delle Nazioni, ma altre sequenze anche nelle campagne fra Martina Franca e Locorotondo. Nel film compaiono camei di due maestri della rivista: Carlo Dapporto e Wanda Osiris, che interpretano se stessi.

La parte del direttore del Petruzzelli fu affidata al compianto giornalista Piero Virgintino, stimatissimo critico cinematografico della «Gazzetta del Mezzogiorno». Suo figlio, Manuel Virgintino, avvocato e già presidente dell’Ordine professionale dal 2008 al 2015, offre la sua testimonianza. «Ero già grandicello e ricordo benissimo tante cose». Infatti aveva 13 anni.
È nitido il ricordo di Alberto Sordi ospite più volte a cena a casa Virgintino, in via Crisanzio, a 300 metri circa dalla chiesa del Redentore: qui il critico cinematografico va ad abitare subito dopo il matrimonio, nel 1959. È un bel palazzo costruito sul modello di alcuni edifici romani dell’epoca. «In quella casa papà ha ricevuto tantissime persone, quando giungevano a Bari».
Sordi e Virgintino, praticamente coetanei, si conoscono nell’immediato dopoguerra e da allora nasce un’amicizia che si è consolidata nel tempo. Il giornalista è all’epoca componente della giuria del premio David di Donatello con un collega e amico, Gian Luigi Rondi. Tutti gli anni si recano al festival del cinema di Venezia e al festival di Cannes. Virgintino è, dunque, fortemente radicato nell’ambiente della celluloide. Ha amicizie e conoscenze anche nel mondo della distribuzione e produzione cinematografica. È amico, tra gli altri, dell’ingegnere Ugo Santalucia, proprietario dell’omonima sala barese, come del nonno di Ferdinando Pinto, ai vertici della distribuzione.

«Quando Sordi giunse a Bari per girare diverse scene del film, mio padre si mosse a 360 gradi, tra il Petruzzelli e l’Albergo delle Nazioni, dove furono girate alcune scene. Io - rammenta Manuel - ero in permanenza sul set con papà». Il giornalista va a trovare Sordi appena arrivato al Petruzzelli e da quel momento staranno insieme per tutta la lavorazione del film nel capoluogo pugliese.

«Ricordo che Alberto Sordi mi prese per mano e mi condusse nel retroscena dietro il palco dove c’era una struttura in legno con delle scale che conducevano ai camerini. Mi fece vedere i camerini e ricordo che ridacchiava con la sua classica risatina che abbiamo conosciuto in tv». Su Monica Vitti rivela: «Era più chiusa di carattere, diciamo forse più diva. L’autista della produzione accompagnò Sordi a casa nostra. Dire che fosse rilassato era riduttivo. Ricordo almeno una delle varie serate trascorse a cena. Era seduto comodamente sul divano come fosse a casa sua e rideva con quella sua risata piena».
Sordi scherza e dice all’amico Pietro: «Ammazza, tu’ moglie sembra tu’ figlia. Mia madre era molto bella - ricorda l’avvocato Virgintino - e il grande attore non lesinava i complimenti. Fu una cena con menu tutto pugliese». A sentire Manuel, c’era un rapporto estremamente empatico fra due persone conosciutesi quando l’Italia raccoglieva le macerie della guerra e doveva ricostruirsi. «Sul set, ricordo molto bene la disponibilità di Sordi a chiacchierare con le persone che venivano a trovarlo. Anche lì Sordi era allegro, rideva specialmente quando c’era qualcosa che non andava, per esempio quando il regista chiedeva di ripetere il ciak. La Vitti invece si innervosiva». Sordi è sempre disponibile a ricucire, a rimettere a posto le cose. «E quello era il minimo comune denominatore tra lui e mio padre, ossia la semplicità e l’umiltà. Anche alla “Gazzetta” mio padre è stato così. Restano celebri alcuni episodi con papà che a volte era l’ultimo a lasciare la redazione a sera tardi».
L’avvocato riflette oggi: «Seguire quel set per me è stato utile per comprendere quanta fatica vi sia dietro una scena. In certi casi, una singola scena dura alcune ore. Per meglio dire, la scena nel montaggio finale in sé dura 2 minuti ma prima bisogna predisporre tutto e come niente va via la giornata». Un altro episodio riaffiora dalla memoria. «In occasione dell’ultima scena a Bari, Sordi chiese a mio padre di interpretare un cameo. Papà inizialmente era restio ma lui insistette. Scherzando disse a mio padre per invogliarlo “a’ Pierì, daje che se guadagna bene. Mio padre rispose “semmai lo faccio gratis”».

Pietro Virgintino interpreta il ruolo del direttore del teatro Petruzzelli che intima a Sordi e alla Vitti, i due attori della compagnia, che devono andare via da Bari perché sta per arrivare Totò. Manuel Virgintino per un momento si emoziona perché il ricordo è intenso. La scena prevede il Petruzzelli stracolmo al termine dello spettacolo, finisce la magia, loro torneranno a essere i guitti che erano. «Mio padre doveva essere inflessibile. Recitò la scena con notevole imbarazzo». Accade che il doppiaggio inserisce una specie di dialetto barese per così dire cinematografico. «È in realtà un condensato dei dialetti della provincia, perché il vero barese è altra cosa, è una lingua sua propria. Mio padre rimase molto male per quel doppiaggio, imputando a Sordi di non avere controllato ma non era così». Sordi termina di girare il film e riparte. In casa Virgintino, pochi giorni dopo, un fattorino recapita un fascio di rose rosse di dimensioni ciclopiche destinato a Piero Virgintino. Un biglietto di saluto con la firma: Alberto Sordi.

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