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In Puglia e Basilicata

MERIDIANE

Pomeriggio a Cuma in cerca della Sibilla

Pomeriggio a Cuma in cerca della Sibilla

L’arco come porta spalancata sul vuoto e la spiaggia malinconica. E quel terribile silenzio delle Sirene

17 Marzo 2022

Silvio Perrella

Meridiane

Silvio Perrella

La meridiana, detta anche, impropriamente, orologio solare o quadrante solare, è uno strumento di misurazione del tempo basato sul rilevamento della posizione del Sole. Attraverso le parole di Silvio Perrella facciamo un viaggio nel tempo nei luoghi del cuore che profumano di Meridione e Sud.

Nel pomeriggio andavo a Cuma. Eravamo ancora nel Novecento. Eliot puntellava con frammenti appuntiti le rovine della terra desolata.

Attraversavo necropoli, costeggiavo piscine mirabilis, fino ad arrivare all’antico Arco Felice: possente, ricurvo nei suoi archi, porta spalancata sul vuoto.

Frammenti ovunque, desolazione, cinguettii, l’ombra di Virgilio sgusciante tra le pietre.

Il mare in fondo faceva trepestio d’aria. La spiaggia a perdita d’occhio, malinconica e malata.

Finché non ero all’ingresso del possente corridoio trapezoidale. I passi acquisivano circospezione.

Vai più lento, dicevo a me stesso. Tanto lei, lì in fondo, non c’è più da tempo immemorabile. I fasci di luce leggevano le ampie fenditure: ombra negli angoli, atomi a vorticare davanti agli occhi, desiderio di responsi. Lì in fondo si faceva ampio lo spazio, a cerchio di attesa.

La Sibilla Cumana Michelangelo l’ha ritratta come una vecchiaccia muscolosa, un seno prosperoso, i capelli coperti da un turbante bianco, un gran libro dalle pagine bianche tra le mani, due angioletti alle spalle. Basta guardarle l’espressione furente del viso per sapere che non ci sono buone notizie. O forse i suoi tratti sono contratti per lo sforzo della decifrazione.

Nel mio pomeriggio flegreo c’era solo vuoto e silenzio. La Sibilla era diventato un oracolo muto; si gemellava allo sterminator Vesevo che chiudeva il paesaggio del Golfo e si era azzittito durante la Seconda Guerra. Non avrei saputo dire con precisione cosa mi spingesse ad andare a Cuma. Era chiaro che gli dèi se n’erano andati da un bel pezzo e che solo le pietre forse ne avevano un lontano ricordo. Eppure nel pomeriggio a Cuma a volte mi sembrava di sentire la voce gracchiante di Bob Dylan che grattava sabbia nella gola.

Forse la Sibilla aveva lasciato a lui il suo posto. Forse era solo un vecchio jukebox lasciato nel vuoto a far girare vecchi dischi.

No direction home: mentre le pietre rotolavano piano la voce si chiedeva come ci si sente senza nessuna direzione che puntasse verso una casa.

Si rivolgeva a una donna vagabonda destinata alla rovina. Di rovine intorno ce n’erano, quante ce n’erano. Sarebbero servite a puntellare la voce di sabbia grattata?

Tutt’intorno fumavano i Campi Flegrei con le sue solfatare. Non lontano il tempio di Serapide faceva ad acchiapparella con il mare. A dirigere il gioco c’era il bradisismo. A volte la terra scendeva altre saliva; e a seconda dei movimenti il tempio si riempiva di acqua salmastra o rimaneva asciutto. Le colonne rimaste ancora in piedi facevano da sismografo. Chi sapeva leggerle, vi trovava scritto l’alfabeto di secoli smossi e perturbati.

Il Novecento finiva prima di finire. C’era chi lo aveva già chiamato il secolo breve, nato con la Prima Guerra e finito con la caduta del Muro di Berlino.

Cosa significava che a Cuma qualcosa finisse? Tutto lì era finito senza finire mai. Era come se il Tempo si fosse fermato a meditare su stesso. Ogni pietra si disponeva come un rebus da decifrare. E anche le nuvole che frusciavano lievi nel cielo erano pronte a farsi da parte per dare spazio all’avvento del tramonto.

Nei pomeriggi in cui andavo a Cuma prima che giungesse il buio della sera gli elementi contrattavano le regole della scomparsa.

Dall’acropoli giungevano notizie a forma di pentagrammi luminosi. Dicevano: siediti e guarda. Obbedivo insieme ai cani che arrivavano per partecipare al rito. Si faceva insieme gruppetto d’occhi; sguardi no direction home.

Veniva giù l’astro in un silenzio grandeggiante fino a essere inghiottito dall’ultima onda.

Rovine, versi virgiliani scolpiti nelle pietre, cespugli fitti, alberi piegati dal vento, i respiri dei cani, il mio: tutto in attesa di responsi.

Il Tempo si nascondeva negli angoli, mentre pensavo a un breve racconto di Kafka che un amico polacco mi aveva dato da leggere.

Era un modo a dir poco inusuale di rifare il percorso di Ulisse. E in quelle righe, si diceva, le Sirene avevano disimparato l’arte abbindolatrice del canto.

Più terribile del loro canto, chiosava Kafka, era il loro silenzio.

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