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In Puglia e Basilicata

IL RICORDO

I miei giorni di Kiev in un’aria molto bella

I miei giorni di Kiev in un’aria molto bella

Pianoforti lungo la strada dove un mercante esponeva quadri poggiati sul marciapiedi

04 Marzo 2022

Silvio Perrella

Meridiane

Silvio Perrella

La meridiana, detta anche, impropriamente, orologio solare o quadrante solare, è uno strumento di misurazione del tempo basato sul rilevamento della posizione del Sole. Attraverso le parole di Silvio Perrella facciamo un viaggio nel tempo nei luoghi del cuore che profumano di Meridione e Sud.

Drohoby dista da Leopoli una settantina di chilometri. Era la mia meta in Ucraina. Dopo i giorni di Kiev e quelli di Leopoli volevo assolutamente visitare quella piccola città perché lì era nato Bruno Schulz. Dovevo trovare chi mi accompagnasse e soprattutto chi mi mettesse in contatto con i luoghi fondativi di uno scrittore amato per la sua immaginazione visionaria. Per uno di quei miracoli nati dalla curiosità e dal desiderio trovai entrambi.

In automobile eravamo in quattro: un giornalista con un suo amico alla guida davanti; una giovane studiosa di Schulz ed io dietro. Il paesaggio era brullo, le strade dissestate, nulla a che vedere con la bellezza cristallina di Kiev e l’allure mitteleuropeo di Leopoli.

Lo spazio del nostro andare sembrava vuoto, come se non ci fosse ancora passato un disegnatore a dare sensi e prospettive al percorso. Nell’abitacolo si parlava dei racconti di Schulz, delle sue Botteghe color cannella, della figura di un padre ingombrante che lo scrittore faceva insieme apparire e scomparire come se fosse un prestigiatore di figure.

Figure - a volte piccole, quasi minuscole; altre dilaganti nello spazio angusto di soffitte o di bordelli – che Bruno sapeva rendere visibili disegnandole su fogli di fortuna.

D’altronde la nostra meta contemplava una visita a quello che sarebbe diventato un museo dedicato alla sua arte figurativa, messo su dopo una scoperta fortunosa.

Schulz infatti aveva interamente affrescato la stanza di una bambina, figlia del tedesco che lo teneva in ostaggio. Lui ebreo correva pericoli ovunque si girasse.

Fu infatti ucciso il 19 novembre del 1942. Dal tedesco che lo teneva in ostaggio? No, da un altro che era in lite con il secondo. Il ridicolo che s’insinua nella tragedia.

Guarda, mi disse la mia guida mentre passeggiavamo per le strade di Drohoby, questa è la pietra d’inciampo che ricorda la morte di Schulz e il luogo in cui è avvenuta.

Mi venne un brivido. Quel che avevo quasi sotto i piedi mi si configurava come un’antimeridiana, un metro quadrato di spazio dove il tempo viene ucciso all’infinito.

Tutto il contrario delle figure immaginate e dipinte da Bruno: quelle sue donne che lo vessavano in abiti succinti; il suo farsi piccolo sotto i loro tacchi; i colori nell’aria come eros volatile da conquistare.

Figure simili a clessidre iridescenti dove il tempo danzava felice di prendere forme inusuali: sabbia della mente a sposarsi con i detriti del cosmo redenti in gesti lievi a autoironici.

Bruno scriveva in polacco. Insieme a una sua fidanzata aveva portato nelle sua lingua anche il fratello immaginativo: Kafka.

Eh sì, perché quella parte di Ucraina era stata polacca; e tra Leopoli e Cracovia c’era una strada ben diritta, giusta linea di congiunzione.

Oggi invece era sorto un muro divisorio. Ma lo stesso gli ucraini andavano verso il confine polacco a procacciarsi liquori di non grande qualità, ma utili a smemorarsi durante i fine settimana.

A levare la polvere di storie infrante e bastarde, riemergeva la Galizia sottostante, uno dei fili segretamente tenaci dell’Europa orientale.

Nei giorni di Kiev avevo sperimentato una città ariosamente bella: ponti verdi e rossi a slanciarsi sul fiume, parchi in discesa, pianoforti lungo la strada dove un mercante esponeva quadri poggiati sul marciapiedi, cupole scintillanti di colori turchini, funicolari con musi degni di Walt Disney; e soprattutto donne bellissime ovunque: colte, responsabili, pronte al dialogo, curiose, capaci di emigrare per dar da mangiare a intere famiglie facendo mestieri umili.

Gli uomini ubriachi o in guerra; le donne a reggere un paese desideroso di dire la sua, ma ancora annodato nelle contraddizioni della Storia: così mi parve l’Ucraina nei giorni in cui la visitai tenendo conferenze.

Dire di oggi pensando a quei giorni significa compiere un gesto impossibile. Ma è proprio una collezione di gesti impossibili la rubrica che andiamo deliniando in questa pagina.

L’antimeridiana di Bruno Sculz oggi ci fa da monito come il cappello di un mago dal quale sguscia fuori il tessuto color cannella della potenzialità.

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