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Televisione: ovvero il potere di creare leader politici

Televisione: ovvero il potere di creare leader politici

Dalla paura di essere spiati attraverso quella lanterna magica al desiderio di apparire: così è finito il comune senso del pudore. Più sei sotto i riflettori e più acquisiti credibilità: è la tv ormai che seleziona i candidati alle elezioni

18 Agosto 2022

Michele Partipilo

Classe Media

Michele Partipilo

Viviamo nella società dell'informazione e la nostra vita è dominata dai media. Ma dei tanti problemi che generano raramente se ne parla. In questo blog proviamo a farlo.

Quando fra la metà e la fine degli anni ’60 del secolo scorso il televisore entrò nelle case degli italiani, di tutti, non solo dei più abbienti, fu guardato con ammirazione e diffidenza. Con ammirazione perché era un miracolo che da quello strano armadietto con l’anta in vetro uscissero immagini e suoni. Sì, ci voleva un po’ di tempo perché lo «stabilizzatore» si riscaldasse e a loro volta andassero in tensione tutte le valvole e le altre diavolerie contenute in quella lanterna magica, però permetteva di vedere film, di conoscere fatti, di apprezzare personaggi e scoprire realtà lontane. La diffidenza, invece, nasceva dal fatto che non si capiva bene come facessero voci, volti, suoni e personaggi a entrare in casa.

E così, un po’ per senso d’ordine, un po’ per precauzione, il televisore era rigorosamente coperto da una tendina, da un panno, da una fodera, magari in sintonia con i colori del copri divano o della tenda alla finestra. La spiegazione ufficiale era il decoro della casa, ancorché modesta, e la protezione da assicurare a un oggetto così delicato, che peraltro funzionava solo per qualche ora al giorno. In realtà si racconta che in molti casi la vera motivazione di quell’oscuramento fosse un’altra: il pudore.

Molti anziani – donne soprattutto – erano infatti convinti che così come loro guardavano gli altri attraverso lo schermo, qualcuno potesse guardare loro, magari proprio mentre stavano cambiandosi d’abito o erano in sottoveste (arcaico indumento femminile che in ogni stagione andava indossato sopra la biancheria intima). Quando anni dopo vennero raccontati questi episodi paradossali, ma che davano la misura del comune senso del pudore in quell’epoca, in molti risero per i comportamenti astrusi e i sospetti inverosimili. Oggi sappiamo e accettiamo di essere tutti spiati, attimo per attimo, e che non c’è gesto della vita quotidiana che non finisca registrato, catalogato, archiviato da qualche parte, pronto a emergere in qualsiasi momento dalla polvere del passato.

George Orwell l’aveva chiamato «Grande Fratello» suscitando all’inizio non poche paure, ma ora siamo così abituati che nonostante gli incidenti quotidiani nessuno se ne cura. Neppure la criminalità, che pure è combattuta a botta di telecamere, intercettazioni e trojan (da horse trojan, cioè il cavallo di Troia, il trucco escogitato da Ulisse per entrare nella città fortificata) si «copre» più di tanto di fronte agli strumenti per comunicare. Forse perché la soglia del pudore si è così tanto abbassata che è diventata residuale l’esigenza di privacy, cioè di sottrarsi alla curiosità degli altri. Anzi, la voglia matta di tutti è quella di apparire, di mettere se stessi e la propria intimità sotto i riflettori, di godersi ciascuno il suo quarto d’ora di celebrità. Questo stravolgimento è tutto opera della televisione.

Il passaggio dalla diffidenza delle nostre pudiche nonne all’esibizionismo di chi farebbe di tutto pur di andare in video è avvenuto nell’arco di qualche decennio. È stato un crescendo grazie allo sviluppo del mezzo televisivo, diventato sempre più performante, ammaliante, educante. In questi anni non solo si sono moltiplicate le ore di trasmissione, fino a occupare l’intera giornata, ma si sono moltiplicati i generi e i format dei programmi facendo da apripista a strumenti ancora più invadenti e più massificanti della televisione, come Internet. Accanto alla rivoluzione morale appena accennata, grazie al suo potere massificante la televisione ha prodotto una rivoluzione culturale, facendo uscire gli italiani dal localismo dei dialetti e insegnando loro un Italiano medio, spesso non eccelso, ma comunque uniformando e standardizzando la lingua che, insieme a moneta ed esercito, fanno di un popolo una nazione. L’enorme capacità persuasiva della tv non sempre è stata sfruttata a fin di bene. Se ne è avvantaggiata molta industria attraverso il massiccio ricorso alla pubblicità televisiva, sempre più sofisticata, penetrante, attenta. Così efficace da indurre negli anni ‘90 centinaia di migliaia di albanesi, che seguivano di nascosto i programmi Rai, a fuggire dal loro Paese nella convinzione che la vita in Italia fosse quella descritta dagli spot pubblicitari.

Se avessero avuto un po’ di nonne con un senso del pudore vigile come quello di tante italiane forse non sarebbero caduti nell’inganno di credere che qui ci fosse l’Amerika. Negli ultimi anni il potere formante, deformante e persuasivo della televisione è stato sfruttato soprattutto per fini politici. Prima dando visibilità a soggetti sconosciuti e poi convincendoci che sarebbero stati dei buoni amministratori della cosa pubblica, dunque da votare perché ci governassero. I Palazzi della politica si sono riempiti così di volti televisivi, blanditi e banditi dai partiti, contesi nei talk show.

Se l’elenco era lungo già nella XVIII legislatura ora al crepuscolo, oggi le liste di candidati che si preparano allo scontro del 25 settembre traboccano di volti resi familiari (quindi credibili) dalla tv e poi dagli altri media. Con un’ulteriore offesa al comune senso del pudore, perché molti di costoro dovrebbero chiedersi, in scienza e coscienza, che cosa c’entrano loro con la politica intesa come servizio al bene comune. Chissà se migliorando la televisione e ripristinando un po’ di quel senso morale che ha contribuito a smantellare migliorerebbe un po’ il Paese e con esso anche la sua classe dirigente.

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