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Michele Pacciano

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L'handicap è un dramma. Ma può anche diventare uno stimolo e una possibilità, uno sguardo diverso sul mondo. Proviamo ad andare oltre la rabbia e il piagnisteo. Capovolgiamo la prospettiva, guardiamo i problemi dall'interno, cerchiamo insieme le soluzioni.

9 uomini e 10 donne. 19 persone morte in una notte. 19 disabili assassinati in un centro riabilitativo alle porte di Tokyo. Ad ucciderle è stato un giovane squilibrato che aveva lavorato nella struttura e aveva postato la sua ira i suoi propositi omicidi sui Social Network.

In un villaggio turistico dell'Abruzzo, un anonimo avventore, denuncia sul web il residence dove alloggiava per le vacanze perché a suo dire c'erano troppi disabili e gli rovinavano la vacanza.

Questi due episodi sono certamente la punta di un iceberg, il frutto di due menti malate, ma la paura del diverso torna drammaticamente a sfiorare la cronaca. La rete diventa il ricettacolo di frustrazione e rabbia.

Allora dobbiamo chiederci, dopo la condanna senza appello, cosa sobilla i nostri istinti più bassi e brutali, tutti quegli istanti, che per un meccanismo di difesa, releghiamo troppo facilmente nel buco nero della follia?

Al di là del buonismo e del politicamente corretto, è duro ammettere che ci manca un orizzonte spirituale, morale ed effettuale. Che non abbiamo più gli strumenti cognitivi per affrontare un mondo che non ci piace, che ci troviamo sempre più spesso ripiegati e incarogniti sull'oggi, senza avere più il coraggio e la capacità di guardare in alto e di specchiarsi negli occhi dell'altro, che diventa soltanto, come diceva Sartre, un inferno da oltrepassare, da neutralizzare e nei casi estremi, da uccidere.

Chi uccide brutalmente disabili inermi che ha curato fino al giorno prima, è soprattutto carnefice della parte scura di se stesso, del suo cuore nero che non accetta e chi lo porta a un sé deviato e profondo.

Bisogna condannarlo, non indulgere sul suo errore. Ma in una società che si sforzi di invocare giustizia e non vendetta, bisogna anche interrogarsi sul ripetersi di questi gesti che indicano una grave fragilità strutturale oltre che individuale.

Un folle potenziale è prima di tutto un individuo fragile che non è stato in grado di affrontare il suo lato oscuro e di ammettere i propri limiti. Questo lo ha sopraffatto, si è sentito. rigettato, impotente e non amato. Questo ha mandato in tilt ogni meccanismo di difesa, a cui sopravvive, dopo aver abbattuto ogni barriera razionale, soltanto l'istinto animale di autoaffermazione. Un folle potenziale è soprattutto un essere che non è mai arrivato ho un compromesso con se stesso, che non ha mai accettato la propria finitudine, che ha continuato ad abbarbicarsi su se stesso cercando nell’effimero quella felicità che nelle cose non avrebbe mai trovato. Un uomo che non è mai veramente cresciuto.

È difficile, forse impossibile, ma mi viene in mente l'esortazione di Giovanni XXIII che all'inizio del Concilio ammoniva i Padri sinodali a condannare l'errore e non l’errante.

La causa dell'ira quasi mai e ciò che traspare all'esterno, più spesso è un bubbone che ti macera dentro e poi esplode. Con conseguenze incontrollabili. In questi tempi bui in cui sembriamo navigare a vista e non siamo altro che monadi autoreferenziali, troppo impegnate ad inseguirci per guardare il cielo, come fossimo tutti prigionieri di una strana sineddoche, capaci solo di guardare un pezzo di realtà scambiandola per il tutto, ma perdendo sempre più di vista l'unità del reale, mi sovvengono le parole di Papa Francesco: «Guardate l'orizzonte, non lasciate che la vita mi sbatta dei muri davanti». Ma noi siamo troppo arrabbiati, o forse troppo avviliti per farlo. E stiamo spegnendo le luci di dentro. Ma questo non deve, non può diventare un alibi.

Piuttosto uno sprone. Per nuotare controcorrente, al di là del contingente. La luce che non vediamo, forse è solo dietro l’angolo. Cerchiamola. Sforziamoci di aprire gli occhi. E il cuore. Non è mai troppo tardi. Riprendiamo la vita in mano, facciamo ognuno la nostra parte. Il coraggio, è solo un passo oltre la paura.

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