Mercoledì 01 Aprile 2020 | 19:52

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Potenza città dello sport 2021. Da cestista a buttafuori: «Ecco i valori dello sport»

Monica Imperiale, tarantina, già cestatista con la Basilia Potenza, vive e lavora nel capoluogo lucano.

Continua la lunghissima staffetta della Gazzetta verso il 2021, anno di Potenza «Città Europea dello Sport». Dopo «Matera Capitale Europea della Cultura 2019», sarà il Comune di Potenza a condurre la Basilicata in una nuova esaltante avventura internazionale. Continua la staffetta, attraverso le testimonianze dei protagonisti di ieri, di oggi e di domani, tra curiosità, ricordi, aneddoti legati alla loro storia sportiva. Anche on line sulla Gazzetta con foto e video-messaggi del nostro fotoreporter Tony Vece.
Dopo l’olimpionico Donato Sabia (26 gennaio), il campione del mondo Franco Selvaggi (2 febbraio) e il portabandiera di nuoto e pallanuoto Roberto Urgesi (10 febbraio), l’allenatore di karate Vincenzo D’Onofrio (17 febbraio), il testimone passa a Monica Imperiale, 36 anni, un passato di atleta, ex-giocatrice di basket e ora, tra l’altro, addetta alla pubblica sicurezza e testimonial dei sani valori dello sport. È una “buttafuori”, come si suol dire, che si occupa della sicurezza in discoteche, locali, eventi. Cosa c’entra questo con Potenza Città Europea dello Sport 2021? La domanda viene spontanea, anche perché al di là di una vita dedicata al basket è proprio per questa sua attività, che l’abbiamo scelta come testimonial verso il 2021.

Torniamo indietro al 2015.
«È l’anno in cui ho ricominciato una vita diciamo normale, dopo essermi dedicata solo e esclusivamente al basket. Sono originaria di Pulsano vicino Taranto, dove ho iniziato a giocare all’età di 5 anni e mezzo, poi con la pallacanestro ho girato l’Italia: Sicilia, Sardegna, Lombardia e Basilicata. Dopo aver giocato in A1 con Priolo (2004-2005) e in A2 con Cagliari (2007-2008) e Broni (2008-2009), ho disputato a Potenza tre campionati nella Basilia Basket (2009-2012) dalla B2 alla B1 alla A 3 e nella Bcb Bolzano (2013-2015) in B e A3. Poi nello staff tecnico, come assistant coach della prima squadra, a supporto del capo allenatore Michele Paternoster».

Una scelta forzata quella di lasciare l’agonismo?
«Purtroppo sì. Mi hanno operato cinque volte alle ginocchia e per continuare a giocare, avrei dovuto mettere le protesi».

Non è stato facile dopo una vita dedicata al basket...
«Era la mia passione, non esisteva altro. C’era solo la pallacanestro e imponeva disciplina: non c’erano gite, locali o discoteche. Quelli li ho cominciati a frequentare dopo».

Ma ci arriviamo. Chiuso con il basket, poi ha però deciso di tornare a Potenza.
«Ho conosciuto il mio attuale compagno, Gerardo Tomasillo (anche lui, tra l’altro, addetto alla pubblica sicurezza) negli anni della Basilia, ma eravamo solo amici. La cosa è andata avanti e così mi sono ritrasferita a Potenza. Avevo smesso di giocare a Bolzano e dovevo ricominciare una vita che non fosse solo sport».

Un mondo che però non ha mai lasciato?
«Mi alleno tanto, vado sempre in palestra. E anche se non posso più fare sport agonistici come il basket, sono sempre in sala attrezzi ad allenarmi».

Perché ha deciso di diventare “buttafuori”?
«Sinceramente non lo so. Ho fatto la bagnina per tanti anni. E anche lì è stata dura affermare il mio ruolo in quanto donna. Ho fatto il corso di primo soccorso di Blsd. Avrei voluto fare anche quello per la Croce Rossa o la Protezione Civile. Ho presentato domanda per entrare nei Vigili del fuoco. Insomma tutto ciò che può essere di aiuto agli altri. Alla fine, credo che fare la “buttafuori” sia stato un privilegio».

In che senso?
«È stato il mio compagno, che fa questo lavoro da tanti anni, a spingermi a frequentare il corso e prendere il tesserino di operatore di pubblica sicurezza. Ho seguito la sua strada. Diciamo per amore. È un modo per passare le serate insieme al mio compagno e essere in qualche modo tutti e due più tranquilli. Sai sempre quello che succede e che ci sei comunque».

In ogni caso è un lavoro che ti piace.
«Mi è sempre piaciuto, così come la vita militare: polizia, carabinieri, esercito, pubblica sicurezza, ma lavorando in ambito sportivo non era possibile fare tutto questo. Non potevo mettere a rischio la carriera di atleta. Quando ho smesso con il basket, ho cominciato a lavorare con il mio compagno per la sicurezza, in piazze, eventi, serate, locali e discoteche. Ora ci chiamano praticamente insieme, per questo ritengo sia un privilegio fare questo lavoro».

Che ha un suo fascino ma anche una carica di valori...
«Operare nel settore della pubblica sicurezza consente di essere in contatto con situazioni dove ti trovi davanti persone anche deboli che hanno a che fare con prepotenti e presuntuosi. Ci sono ragazze da difendere e episodi di bullismo da contrastare. Mi sono sempre battuta contro le ingiustizie. Ricordo che da piccola sono sempre intervenuta dove c’era il bullo di turno, pronta a mettermi in mezzo: a scuola, per strada e in quelle situazioni dove vedere non era conveniente».

Una donna “buttafuori” come è considerata?
«All’inizio erano titubanti nel chiamarmi. All’ingresso di eventi pubblici era più semplice, mi volevano più per la presenza che per il controllo. Diciamo per la mia immagine. In locali e discoteche hanno superato ogni titubanza per il mio essere donna quando mi hanno visto all’opera. Ora mi chiamano volentieri, ma una donna deve sempre dimostrare quello che è e sa fare. E nonostante tutte le conquiste sono ancora tanti i pregiudizi verso il sesso femminile. Accade ancora che solo per il solo fatto di essere una bella donna, gli uomini pensano che tu possa anche cedere. Poi si rendono conto che non è così, ma devi prima farglielo capire. Ed è una mentalità tanto radicata che si trova anche nei ragazzini».

E in discoteca lei ne incontra davvero tanti e con tante problematiche...
«Pensano solo a farsi male, a drogarsi con sostanze di tutti i tipi. Ne ho visti di giovanissimi portati fuori dai locali, incapaci di intendere e di volere anche in coma etilico per aver bevuto troppo. Sempre minorenni: anche tredicenni. Rimangono in discoteca fino alle 6 e 7 di mattina. Non si reggono in piedi, non sanno dire il proprio nome. Ho visto ragazzi e ragazze in uno stato indescrivibile. Ma i genitori dove sono? Mi chiedo davanti a scene che purtroppo si ripetono».

Ma nei locali non c’è divieto di somministrare alcolici ai minori?
«Arrivano già con bottiglie e damigiane, ma bevono fuori il locale dove non possiamo intervenire anche se li vediamo. In questo stato è facile che si verifichino risse e altre violenze. Cerchiamo di intervenire e separarli prima che tutto degeneri. I ragazzi si credono forti: si vantano dicendo “sono il figlio di... “, “il parente di...”. Il ruolo del buttafuori è cercare di evitare che succeda qualcosa. Li separi, non li fai entrare se hanno bevuto tanto e se ti accorgi che le cose si mettono male fuori dall’area di tua competenza, non puoi far altro che chiamare le forze dell’ordine. Ricordo che una volta c’era un ragazzo talmente fuori per le sostanza che aveva preso, che minacciava di prendere le armi».

Cosa si fa in questi casi?
« Bisogna solo aspettare l’arrivo delle forze dell’ordine. Il buttafuori non può sequestrare o perquisire. Deve prevenire o sedare una rissa. Certo ti chiedi perché si riducano in quelle condizioni. Non abbiamo contatti con i genitori, arrivano con navette o con l’amico maggiorenne. C’è un gruppo di ragazzi che viene sempre in discoteca e ogni volta finisce nello stesso modo. Non voglio fare una colpa alle famiglie, ma è inevitabile chiedersi: non li vedono ogni settimana tornare in casa così ridotti? E poi dove prendono i soldi?».

Ricorda qualche episodio particolare?
«Una sera un ragazzino che non avevo mai visto si è messo vicino a me e mi ha chiesto: “Se mi succede qualcosa a chi lo devo dire?». Era talmente impaurito. “Vieni da me”, gli ho detto per rassicurarlo. Una bella serata per lui si stava per trasformare in un incubo. Purtroppo accade anche che ragazzi tranquilli pur di fare gruppo e non essere isolati comincino anche loro a bere e fumare»

Cosa si può fare?
«Lo sport mi ha aiutato tantissimo a crescere, ad avere valori. Il nostro sfogo era la palestra, avere un obiettivo: devo arrivare all’A1, mi dicevo. E in questo impegni le tue energie, non nell’uscire la sera ubriacarsi e drogarsi. Fare lo sport seriamente aiuta ad aggregarsi e a vivere i veri e sani valori».

E Potenza Città Europea dello Sport 2021 ha un ruolo importante per avvicinare le giovani generazioni?
«Deve servire a far capire che c’è ben altro nella vita. Deve servire a diffondere stili corretti di vita, seguendo l’esempio dei calciatori e degli atleti in generale, ma anche il solo vivere la sala attrezzi di una palestra è importante per entrare in contatto con i valori dello sport. Perché fare un’attività sportiva, qualunque essa sia aiuta in tante cose. Fa stare bene e ti fa sentire forte e sicuro e non perché sei bullo o sei drogato».

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