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In Puglia e Basilicata

L'intervista

Volley, la nuova Italia dei giovani secondo Fefè De Giorgi

ferdinando de giorgi

Il 61enne pugliese, commissario tecnico della nazionale, racconta la sua rivoluzione nel team azzurro e lo stato di salute della pallavolo regionale

07 Marzo 2022

Gianluigi De Vito

Ferdinando De Giorgi, per tutti Fefé, apre le porte della sua reggia di Squinzano per raccontarsi alla «Gazzetta». È uno dei guru della pallavolo mondiale. Il primo luglio 2021 è stato nominato commissario tecnico della nazionale italiana. Dopo una rivoluzione generazionale, età media 23 anni, il 19 settembre scorso la giovane Italvolley s’è laureata campione d’Europa.
Leccese di Squinzano, 61 anni, Fefè è stato uno dei protagonisti della «Generazione dei Fenomeni». In azzurro ha collezionato 330 presenze. Ha esordito nel 1987 e nel 1988 ha preso parte alle Olimpiadi di Seul. Nel 1989 è stato tra gli artefici della prima medaglia d’oro conquistata dall’Italia: il Campionato europeo in Svezia. È uno dei pochi ad aver messo la propria firma in ogni vittoria mondiale della nazionale tricolore: 1990, 1994 e 1998. Tra le sue pubblicazioni, «Noi italia pallavolo. I valori che ci hanno permesso di salire sul tetto d’Europa in trenta giorni», «Pensieri per allenare e motivare una squadra» e «Vademecum del palleggiatore».

Villona restaurata con garbo. Uliveti fuori, sobrietà dentro. De Giorgi, davvero le sue uniche passioni sono foto e fornelli?
«È vero, specie i primi piatti. Lo sa che qui non è entrato nessun giornalista? Nemmeno ancora il presidente della Federazione Giuseppe Manfredi»
Vituccio De Giorgi, cantoniere, e Lucia Vergallo, casalinga, ultranovantenni ancora attivi. Ai suoi genitori cosa deve di più?
«Mi hanno insegnato che la parte più importante è l’esempio, al di là delle parole. Lo hanno dato tutti i giorni a tutti i figli ed è stata la parte più difficile. La continuità è un valore sacrificato».
Chi era Fefè da piccolo?
«Famiglia numerosa, non agiata, nove in tutto. Quando ho cominciato a frequentare le scuole medie è uscito il mio interesse principale, lo sport. Giocavo molto a calcio, ma ero interessato anche all’atletica. In educazione fisica avevo 10, ma c’erano materie come la matematica che non mi piacevano. Ero appassionato dell’italiano. Giocavo a calcio tutti i giorni, e mio padre mi disse “basta con sta palla ai piedi”. Allora mi guardai attorno. A Squinzano, c’era una squadra di pallavolo in serie B, la A2 di adesso, si allenava solo tre volte a settimana, era l’ideale. Ho cominciato lì. Nel calcio giocavo da libero, non esiste più. Siccome avevo una buona elevazione, nei calci d’angolo mi dicevano di andare a saltare. Ma quando ho scoperto la pallavolo è stato amore a prima vista»
Gli altri amori?
«Maria. Siamo insieme dal 1980, ci siamo conosciuti giovanissimi e nel 1989 ci siamo sposati. Una bella storia ancora adesso».
Due figli. Federico, 27 anni, una laurea in giurisprudenza, e Irene, 24 anni, studentessa in Medicina alla soglia della laurea. Le ragioni dell’orgoglio?
«Danno il massimo e lo fanno con grande responsabilità. Nessuno dei due fa pallavolo né sport. Devo essere onesto, mia moglie ha fatto un grande lavoro. Per seguire me e i figli ha rinunciato anche alle sue ambizioni. Federico e Irene sono un grande risultato»
E in casa c’è anche la gattina Grace. Voglia di fusa?
«L’ha voluta Irene. Stiamo imparando molto, la diffidenza del gatto fa riflettere»
Amici. Più quelli persi per colpa della carriera pallavolistica o quelli acquisiti per via del successo?
«Persi pochi, acquisiti qualcuno. Conoscenze tante, amicizie vere pochissime»
Politica. Destra o sinistra o democristianamente con tutti?
«Alle comunali ho votato la persona, per il resto mi è capitato di votare sia a sinistra sia a destra perché, ripeto, mi piacciano molto le persone. E non faccio il democristiano»
Donne più degli uomini: s’è fatta una ragione del perché il volley rimanga più rosa che celeste?
«Non credo sia un caso. Il volley è uno sport che non ha contatto fisico e che ha una rete di mezzo. Che ha un grande valore simbolico: mette una barriera al contatto fisico, e questo forse tranquillizza le donne, ma induce anche a guadagnarsi tutto. Se non hai la possibilità, perché sei separato da una rete, di metterti in mezzo, contrastare, trovare un modo immediato per ottenere il punto, allora capisci che devi gestire la tua azione. Contano le tue qualità e quelle come squadra, conta la capacità con cui te le crei queste qualità e come le gestisci, perché in quel momento gli avversari non ti infastidiscono. Di contro, senza contatto fisico, gestire la parte agonistica diventa più difficile, devi avere un grande controllo di te, non puoi sfogarla con una spinta, con una sgomitata».
Il volley nasce negli Stati Uniti nel 1896, assieme al cinema, ai fumetti e alla prima Olimpiade. Fu ideato da un istruttore di educazione fisica, William Morgan, ma arriva in Italia solo dopo la Prima Guerra Mondiale del Novecento, a Porto Corsini, vicino a Ravenna, grazie ai soldati statunitensi della locale base idrovolanti che ci giocavano di continuo. L’unico sport dove per fare punto si deve passare la palla. Una disciplina più collaborativa di questa, per “dna”, non c’è. È qui il fascino?
«Fu una rivoluzione, il volley. Non esisteva allora uno sport di squadra con una rete, senza contatto. Ma sui tre passaggi va detto che il regolamento non impedisce di far punto solo con un tocco, però per mettersi nelle condizioni migliori conviene fare tre passaggi, fatti da tre persone diverse. È la metafora dell’interdipendenza nella vita»
Che ricordi ha degli esordi da palleggiatore?
«La Puglia ha sempre avuto una tradizione, specie il Salento, a cominciare dalla Vis Squinzano la prima squadra dove ho militato, poi mi sono spostato in A2 e in A1 col Victor Village Ugento. La mia grande formazione è stata la serie A2 girone Sud. C’erano derby tosti, in Campania ma anche in Puglia col Galatina»
Qual è stato il prezzo più alto pagato?
«Frequentavo l’Isef di Foggia, giocavo in serie A con l’Ugento e in settimana facevo su e giù da Squinzano a Foggia. Avevo chiara l’idea che lo sport giocato anche a grande livello non dovesse inibire la parte culturale, teorica. Il succe».
E veniamo alle pagine di storia, la nazionale, le medaglie, Velasco, la generazione dei fenomeni. Cosa è rimasto?
«Velasco l’ho conosciuto nel 1986 quando andai a giocare a Modena. È stato fondamentale nel condensare e trovare la strada per far rendere quel gruppo di giocatori, poi osannato. Molto preparato metodologicamente, intelligentissimo nel cambiare anche gli aspetti mentali di quella nazionale. Ha avuto fiducia in un gruppo che veniva da un’olimpiade in cui arrivammo noni, dovevamo ricostruirci. Persona di grande cultura e preparazione. Credo sia orgoglioso soprattutto di un fatto: di quei dodici giocatori, dieci, ora, sono bravi allenatori, e due, Zorzi e Lucchetta, sono nel mondo del volley da protagonisti, come giornalisti, attori, divulgatori. Molte cose che imparammo all’epoca sono rimaste ben solidi, il senso della maglia, del lavoro, la capacità di affrontare le difficoltà»
Giocare e allenare, quando i due mondi s’incrociano e quando si dividono?
«Si dividono perché per allenare devi saper gestire persone diverse e ognuna con bisogno diverso. La tendenza è pensare di poter ripetere le cose che sono servite per diventare grande giocatore ma non è così. poi, però ci sono momenti in cui i due mondi s’incontrano, quando scopri che se hai giocato hai sensibilità magiore nell’affrontare alcuni aspetti»
C’è stato un momento in cui si è sentito al capolinea?
«Momenti difficili si vivono continuamente. Penso agli esoneri, a Vibo in A2, in A1 e all’ultima esperienza in A1 con Civitanova prima di arrivare alla nazionale. Incredibile, avevamo vinto tutto, andavamo benissimo in campionato eppure sono stato esonerato. Ma non ho mai pensato di smettere in nessuno dei momenti difficili, complicati. Mi sono creato una filosofia nel corso degli anni, come allenatore: festeggiare con sobrietà e deprimersi con coraggio»
Giuseppe Manfredi da Aberobello, numero uno Fipav. De Giorgi da Squinzano, numero uno della nazionale. C’è un cerchio magico pugliese?
«Nessun cerchio magico, quelli si spezzano. Alleno da venti anni ed ero stato vicino alla nazionale già tre volte. E poi ho allenato selezioni come la Polonia, ora campione del mondo. La mia è stata una lunga rincorsa. Manfredi mi ha scelto perché mi conosce e ha sempre avuto stima»
Taranto in Superlega, Castellana in A2. La Puglia vive momento felice. Ma il futuro è sempre incerto o no?
«Uno degli errori a Sud è che si sono spese risorse pensando poco a costruire le fondamenta. Non sempre si può avere uno sponsor che ti dà i soldi. La nostra è una regione di tradizione. Ma bisogna cercare di investire bene nelle strutture delle società»
Il calcio e il basket pescano molto tra i figli degli immigrati: perché pochi “nuovi italiani” nel volley, a parte la pallavolo femminile?
«Analisi è giusta. Dobbiamo intercettarli di più. La femminile ha meno disturbi, noi abbiamo le seduzioni del calcio e del basket»
La medaglia olimpica è arrivata con una covata di giovani che però nei club gioca poco. Che fare?
«Il messaggio che abbiamo mandato con la nazionale è forte. Spero arrivi anche alle società affinchécapiscano che quando ci sono giovani di qualità tecniche e morali bisogna solo creare l’ambiente giusto»
Al suo fianco c’è un pedagosiata, Giuliano Bergamaschi. La pallavolo ha bisogno più di Rousseau che di Freud?
«Da quando alleno ho sempre pensato a come posso aiutare i miei giocatori a migliorarsi non solo sotto l’aspetto tecnico e fisico, perché non sono meri esecutori, ma persone con tante sfaccettature. Per questo ho voluto anche una persona che curasse la parte valoriale ed educativa. Lo psicologo aiuta ad affrontare i problemi, ma un pedagogista come Giuliano aiuta a costruire valori e contesti in cui riconoscersi»
Non in Russia, chissà dove, forse in Italia. A fine estate i mondiali: chi fa paura?
«Non siamo la squadra più forte, bisogna essere onesti. Siamo campioni europei perché abbiamo dimostrato di essere migliori di altre nazionali europee, ma questo non significa che ti porti dietro dei bonus. E questo è anche l’aspetto più interessante: dobbiamo diventare una squadra che riesce a vincere non solo una volta. ed è importante anche il “come” si vince. Chi fa paura? Ci sono la Francia, campione olimpica, ma anche umorale, la Russia talentuosa, ma altalenante e la Polonia, la più strutturata, specie ora che ha aggiunto Leon».

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