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In Puglia e Basilicata

La scoperta

A Taranto riemerge un sepolcreto ebraico sotto Palazzo degli Uffici

A Taranto riemerge un sepolcreto ebraico sotto Palazzo degli Uffici

Si tratta di tre tombe integre con gli scheletri ancora in situ, ora al lavoro per definire il progetto di recupero: resti venuti alla luce durante la ristrutturazione

17 Maggio 2022

Giuseppe Mazzarino

TARANTO - II sepolcreto ebraico sotto il Palazzo degli Uffici di Taranto tornerà alla luce. L’importante testimonianza, unica traccia contestualizzata della presenza in Taranto della più antica colonia ebraica al mondo dopo la diaspora (la deportazione degli Ebrei decretata da Tito dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme, nel 70 d.C.) sarà preservata e resa visibile. Nel progetto esecutivo per la ristrutturazione e «rifunzionalizzazione» del Palazzo degli Uffici, che l’ultima amministrazione ha voluto ribattezzare Palazzo Archita (dal nome della prima scuola di Taranto, che ebbe Aldo Moro come studente, e dove sarebbe doveroso reinsediare un cospicuo nucleo del liceo Archita, che celebra quest’anno il 150° anniversario), si dovrà tener conto della necessità di saggi archeologici nel corridoio dove, nel 2006, la Soprintendenza di Taranto rinvenne tre tombe (con scheletri ancora in situ) di V – VI secolo d.C. scavate nel banco di carparo. Ne riferì Antonietta Dell’Aglio, chiedendo un supplemento di ricerche. Complici le varie interruzioni della ristrutturazione, non se ne fece nulla. Inevasi anche i reiterati appelli lanciati dalla «Gazzetta» per preservare il sepolcreto.

In vista della sentenza del Consiglio di Stato che a giorni dovrebbe finalmente dirimere una lunga controversia sulla titolarità della progettazione, la questione sepolcreto è tornata di attualità, giocata stavolta su una scacchiera più ampia, col diretto coinvolgimento del Rabbinato italiano.

Perché l’affaire tombe ebraiche non presenta solo aspetti archeologici e storici. Per la religione ebraica (per inciso, una delle confessioni che ha sottoscritto intese con la Repubblica Italiana, con previsione di tutela dei cimiteri e di tutti i beni «afferenti al patrimonio storico e artistico, culturale, ambientale e architettonico, archeologico, archivistico e librario dell'ebraismo italiano») la traslazione di cadaveri è un sacrilegio; i resti umani spostati dalle loro tombe vanno riportati, se possibile, nel luogo di inumazione originario, e comunque non possono rimanere insepolti in un deposito, dove furono trasportati dopo i sondaggi del 2006. È una «scoperta» emersa nel corso di un recentissimo sopralluogo nell’area del Palazzo degli Uffici interessata al sepolcreto.

In seguito alla nuova pubblicazione di articoli sull’area cimiteriale (apparsi anche su Shalom, rivista della Comunità ebraica di Roma) ed a colloqui intercorsi fra il Rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, e la soprintendente di Taranto, Barbara Davidde, è stata disposta una visita all’abbandonato cantiere del palazzo: accompagnati dalle archeologhe Laura Masiello e Stefania Montanaro, il Rabbino Chizkiya Kalmanowitz, del Comitato europeo per la protezione dei cimiteri ebraici ed il restauratore Amir Genach hanno accertato lo stato dei luoghi, verificato la più che probabile presenza sotto il pavimento di altre sepolture ebraiche e richiesto un piano di scavi e sistemazione del sepolcreto. Una possibilità è creare un’area visibile di sepolcreto che consenta comunque la utilizzazione del corridoio e delle stanze adiacenti; area nella quale sarebbe possibile, peraltro, collocare le lapidi ebraiche conservate dalla Soprintendenza (altre sono al MArTA). Oltre all’indiscutibile valore storico-archeologico, ed al rispetto per la dignità dei resti umani e per le norme religiose ebraiche, la creazione di questa piccola ma significativa area cimiteriale visibile avrebbe un valore turistico non indifferente.
Ovunque si trovino nel mondo, gli Ebrei sono legatissimi alle testimonianze materiali della diaspora, e ne visitano i luoghi, specie i più antichi. E secondo una tradizione risalente al Medio Evo, Taranto sarebbe stata la prima città nel mondo ad ospitare dopo la «dispersione» una colonia ebraica; ben integrata; lo dimostra anche il rinvenimento nel sepolcreto in uso dal IV al IX secolo d.C. di lapidi ebraiche bilingui (Greco ed Ebraico; poi Latino ed Ebraico) accanto a sepolture cristiane e tombe bizantine: i due cimiteri dovevano essere contigui. L’area fu abbandonata all’inizio del X secolo, quando Taranto fu distrutta dai Saraceni. Con la ricostruzione di fine X secolo la città si restringe nell’antica acropoli, quasi un’isola; la Giudecca è nel quartiere Turripenne, e la cultura ebraica è fiorente. Con gli Angiò, seconda metà del XIII secolo, iniziò una forte pressione su musulmani ed israeliti perché si convertissero.

Nel 1492 i Re cattolici cacciano gli Ebrei dalla Spagna; molti si rifugiano nel Regno di Napoli, ma con la conquista spagnola inizia la fine. Nel 1541, per decreto di Carlo V, la definitiva cancellazione delle comunità ebraiche nel Mezzogiorno; chi non si converte, fugge.

Della comunità ebraica tarantina, a differenza di altre pugliesi (Oria, Trani, e per tracce Manduria), si perderanno le tracce, fino a sparsi rinvenimenti e studi recenti (fondamentali quelli di Cesare Colafemmina). Il quartiere Turripenne, dove le tracce ebraiche erano comunque poco documentate, fu raso al suolo negli anni ’30 del ‘900, per il «risanamento» della Città Vecchia.

Ecco quindi che riprendere le ricerche nel Palazzo degli Uffici, e preservare e rendere visibile il sepolcreto ebraico, diventa fondamentale anche dal punto di vista storico ed archeologico. Senza trascurare la necessità di salvare quel che resta del cimitero, anche per provvedere, come ricorda il Rabbino Kalmanowitz, alla sepoltura secondo le norme ebraiche di «quegli sfortunati il cui ultimo riposo è stato terribilmente disturbato».

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