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TARANTO - Sarà un processo, che nasce però già monco, dal prossimo primo ottobre a cercare di fare chiarezza sull’inchiesta «Quote rosa2», sulla presunta truffa delle assunzioni fittizie di lavoratrici per intascare finanziamenti pubblici. Tredici capi d’accusa di truffa e tentata truffa, dopo che il giudice Benedetto Ruberto ha escluso l’aggravante per la recidiva, sono già caduti per prescrizione essendo trascorsi sette anni e mezzo dai fatti. Ne restano in piedi altri venti circa, ma la maggior parte, perfino la contestazione di associazione per delinquere, rischia di prescriversi prima della fine del processo di primo grado (i fatti contestati arrivano al 2013). Il giudice Ruberto ha mandato a processo per associazione a delinquere Salvatore Micelli, Loredana Ladiana, Cecilia Martina, Teresa Ranieri e Anna Guarino. Altri tredici imputati sono finiti a giudizio per singoli capi d’accusa riferiti a reati di truffa e falso. Non ci sarà invece alcun processo per Barbara Micelli, Luigi D’Angiulli, Paolo Pulpito e Fabrizio Pomes, prosciolti per prescrizione. La richiesta di rinvio a giudizio è del pubblico ministero Daniela Putignano e l’inchiesta rappresenta una costola di altra vicenda giudiziaria già all’attenzione del tribunale. A dicembre del 2018 furono arrestati dalla guardia di finanza Salvatore Micelli, (in carcere) e Loredana Ladiana, (arresti domiciliari) con l’accusa di associazione per delinquere e truffa aggravata. I due sono tornati in libertà a marzo 2019. Secondo l’accusa, Micelli era il volano intorno al quale girava buona parte delle presunte diciassette società fantasma costituite col solo scopo di intercettare finanziamenti europei destinati alle assunzioni al femminile. Denaro che per l’accusa è finito anche nelle casse dei clan locali.

Secondo la guardia di finanza il giro di truffe, tra quelle tentate e quelle portate a termine, era di oltre tre milioni di euro, di cui un milione e duecentomila, erogati dalla Regione Puglia, si sono volatilizzati negli ultimi anni. Per gli investigatori, grazie a buste paga, polizze con compagnie romene e timbri falsi, le società inesistenti ottenevano finanziamenti fino a 14mila euro per ogni donna fittiziamente assunta. Molte delle lavoratici non sapevano neanche di risultare impiegate presso le ditte fantasma. Altre 67 hanno recitato la parte, ma agli investigatori non hanno saputo neanche descrivere la sede di lavoro e sono state denunciate. Il denaro spariva dai conti il giorno dopo l’erogazione grazie anche a controlli fin troppo superficiali da parte della Regione, identificata come parte offesa insieme a ministero delle Finanze e Unione Europea. A processo sono finiti anche due ispettori della Regione, accusati di falso perché nel 2011 accertarono la presenza di dipendenti donne nella sede di un’azienda che in realtà da tempo risultava chiusa. Nel collegio difensivo gli avvocati Marcello Ferramosca, Gaetano Vitale, Marino Galeandro, Salvatore Maggio, Pasquale Blasi, Francesco Sallustio e Giuseppe Lecce. 

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