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L'indagine

Mittal, ecco i verbali che scottano dei pm di Milano. «Lo scudo era un pretesto»

Mittal, ecco i verbali che scottano dei pm di Milano. «Lo scudo era un pretesto»

Magazzini semivuoti: già da settembre l'azienda aveva rellentato gli approvvigionamenti della materie prime

23 Novembre 2019

Mimmo Mazza

TARANTO - Tecnicamente è un atto di intervento in una causa civile ma le dieci pagine depositate ieri in cancelleria e poi notificate alle parti dai pubblici ministeri milanesi Maurizio Romanelli, Stefano Civardi e Mauro Clerici che si occupano del caso Arcelor Mittal-ex Ilva contengono elementi a dir poco esplosivi.

Per sostenere la tesi che «la vera causa della disdetta» del contratto d’affitto dell’ex Ilva da parte di ArcelorMittal è «riconducibile alla crisi di impresa» della multinazionale franco-indiana ed alla conseguente volontà di disimpegno dell’imprenditore estero e non è invece il «venir meno del così detto scudo ambientale abrogato» utilizzato come motivo «pretestuosamente», la Procura si poggia sulle dichiarazioni di Salvatore De Felice e Sergio Palmisano, due dirigenti - entrambi tarantini - di primo piano dello stabilimento siderurgico di Taranto, di Giuseppe Frustaci, direttore dello stabilimento di Genova di Ami, del responsabile finanziario di Ami Steve Wampach e del direttore generale di Ilva in amministrazione straordinaria Claudio Sforza, il primo testimone ascoltato dagli inquirenti.

Salvatore De Felice e Sergio Palmisano non sono due testimoni qualunque. Entrambi sono imputati in «Ambiente Svenduto», il processo chiamato a fare piena luce sul presunto disastro ambientale causato tra il 1995 e il 2013 dall’attività del siderurgico, e De Felice fu perfino arrestato il 26 luglio di sette anni fa assieme all’allora patron Emilio Riva. Le parole di De Felice e Palmisano raccontano una realtà diversa da quella apparecchiata da proprietari e legali di ArcelorMittal.

De Felice, in particolare, mette a verbale che «nonostante la sospensione del piano di fermata, l’azienda non ha tutto quello che serve per proseguire l’attività in quanto l’approvvigionamento delle materie prime è stato cancellato. Il piano prevedeva di lasciare una scorta minima di materie prime solo per un altoforno per un mese». L’ingegnere prima ha spiegato ai pubblici ministeri cosa prevedeva il piano di fermata degli impianti poi sospeso dall’amministratore delegato Lucia Morselli a seguito dell’invito giunto dal tribunale di Milano nelle more della discussione del ricorso d’urgenza contro lo spegnimento presentato dai commissari. Proprio sulla Morselli, De Felice dice agli inquirenti che lo hanno ascoltato martedì scorso che l’ad «ha dichiarato ufficialmente» in un incontro «ai primi di novembre» con «i dirigenti e i quadri» che erano stati fermati «gli ordini, cessando di vendere ai clienti».

Poi, sul piano prettamente tecnico, De Felice aggiunge che «ogni fermata di un altoforno e il successivo raffreddamento, seppur operato seguendo le migliori pratiche non è mai senza danni». Danni la cui entità «si può verificare solo quando si riparte». Palmisano, attuale direttore salute e sicurezza di Ami, invece, spiega: «Siamo partiti con grande entusiasmo nel novembre del 2018» ma «il primo trimestre non è andato bene e il secondo è andato peggio del primo.

La causa principale era imputabile all’acciaieria che non riusciva a smaltire la ghisa prodotta». Il direttore dello stabilimento di Genova Giuseppe Frustaci ha rivelato che «i manager esteri sostenevano che per l’attuale marcia degli impianti (vale a dire la produzione di 6 milioni di tonnellate di acciaio), la qualità delle materie prime fosse troppo alta e che occorresse utilizzarne di qualità inferiore per abbattere i costi».

Duro e netto, infine, Claudio Sforza, direttore generale di Ilva in As. «In più riunioni tenute da settembre ad oggi sia il precedente amministratore delegato Mathieu Jehl, sia il nuovo amministratore delegato Lucia Morselli, hanno dichiarato che la società aveva esaurito la finanza dedicata all’operazione» di affitto con obbligo di acquisto dell’ex Ilva. «Il canone di affitto di ramo d’azienda è trimestrale anticipato per ratei di 45 milioni di euro. L’ultima scadenza del 5 novembre non è stata onorata - ha detto Sforza - e stiamo quindi iniziando il processo di escussione della garanzia».

I verbale degli interrogatori, ricchi di omissis, sono stati trasmessi dalla Procura di Milano a quella di Taranto.

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