Si terrà il 23 marzo prossimo l’udienza preliminare della cosiddetta operazione «Ura», l’esplosiva inchiesta della Direzione investigativa antimafia che ha scardinato le connessioni tra la potente mafia albanese e i clan di Japigia. La droga, il filo conduttore dell’inchiesta coordinata dai pm Ettore Cardinali e Daniela Chimienti: la lente di ingrandimento degli investigatori si è infatti concentrata sugli ingenti quantitativi di eroina e cocaina movimentati, a decorrere dal 2016, tra i Balcani, il Nord Europa, il Sud America e la Puglia. Ricostruita la «comunanza» d’interessi tra il gruppo criminale in Albania, deputato – a livello transnazionale – alla commercializzazione ed al trasferimento dello stupefacente, e le due associazioni criminali operanti a Bari, i clan Parisi-Palermiti. Agli uomini di Japigia sarebbero toccate le operazioni di «taglio» e confezionamento in panetti che avrebbero poi rivenduto all’ingrosso alle altre organizzazioni baresi, brindisine e leccesi interessate a ricevere l’eroina e la cocaina – di qualità – proveniente rispettivamente dalla Turchia e dall’America Latina.
Ventisei in tutto gli imputati che compariranno dinanzi al gup Antonella Cafagna. Traffico internazionale di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti, riciclaggio e abuso d’ufficio, i reati contestati. Nel corso della fase investigativa, la Dia ha documentato, in relazione agli stupefacenti in arrivo a Bari dall’Albania e dal Nord Europa, innumerevoli rifornimenti (255 chili di eroina pura e cocaina pura) effettuati tramite corrieri internazionali. Nel medesimo contesto è stato ricostruito un flusso ininterrotto di denaro contante dalla Puglia all’Albania, a pagamento della droga commercializzata all’ingrosso, avvenuto tramite autisti di autobus di linea internazionali, le cui illegali transazioni, per un importo complessivo di 4,5 milioni di euro, hanno consentito alle autorità albanesi di contestare il reato di riciclaggio.
Ricostruite inoltre diverse consegne di denaro contante a pagamento della droga, avvenute a Bari, per importi superiori anche a mezzo milione di euro; il trasferimento di oltre 500 mila dollari dall’Albania all’America Latina, versati quale anticipo per l’acquisto di una partita di 500 chili di cocaina spedita da Guayaquil (Ecuador); episodi di abuso d’ufficio verificatisi in territorio albanese.
Tra gli imputati italiani, anche Massimiliano Fiore, ritenuto dagli inquirenti uno degli anelli di congiunzione tra i narco albanesi e il clan Palermiti. Quando Fiore finisce nelle maglie della Dia, ha sulla fedina penale soltanto una vecchia condanna per truffa e falso, risalente a dieci anni fa. Per gli investigatori antimafia è invece «pienamente inserito nel circuito delinquenziale del quartiere Madonnella», elemento di collegamento con gli acquirenti delle partite di droga inviate dall’Albania, stretto collaboratore dei due referenti albanesi dei gruppi criminali smantellati ieri dagli investigatori della Dia, Adi Coba, 33enne soprannominato «la bestia», e Erigels Presi, 36enne conosciuto come «Enrico», ma anche in diretto contatto con il capo clan di Japigia, il boss Eugenio Palermiti. Non è un caso che l’inchiesta sia stata chiamata «Ura», che in albanese significa «ponte». Riconducibile allo stesso Fiore, la villa di Torre a Mare (messa sotto sequestro nell’ottobre scorso) all’interno della quale sono stati scoperti un robot da cucina, buste di cellophane, un bilancino di precisione, arnesi vari e rotoli di scotch, piastre in acciaio, tutti oggetti — secondo la ricostruzione degli inquirenti — impiegati nel confezionamento delle dosi di stupefacente.
L’udienza preliminare si aprirà il 23 marzo prossimo. La giudice Cafagna avrà un paio di mesi per disporre di un eventuale rinvio a giudizio. La custodia cautelare cui gli imputati sono sottoposti è infatti in scadenza a maggio.
















