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Se il lupo ci parla sulla porta di casa

Se il lupo ci parla sulla porta di casa

Emoziona, e non poco, individuare la slanciata siluette di un lupo vellicare il bucolico verdeggiare della flora mediterranea

08 Maggio 2022

Omar Di Monopoli

Emoziona, e non poco, individuare la slanciata siluette di un lupo vellicare il bucolico verdeggiare della flora mediterranea. Un’apparizione improvvisa che sembra fermare il tempo e lo spazio, catapultando l’inavvertito spettatore in una dimensione arcaica, ferina, ancestrale. È quanto successo qualche giorno fa al manduriano Demetrio Sammarco, autore dello scatto che pubblichiamo, in una delle sue periodiche capatine tra i sentieri del Cuturi, un bosco a nemmeno cinque chilometri dal mare. E non è la prima volta: avvistamenti siffatti, negli ultimi anni, in zona sono sempre più all’ordine del giorno.

L’area naturale in questione rappresenta le ultime vestigia di una più vasta e rigogliosa foresta, quella oritana, di proprietà di Federico II, un luogo affollato di storia e profumi terragni: lentisco, fillirea, mirto e oleastro sono solo alcune tra le varietà botaniche che compongono il ricco scenario di questo residuo di paradiso, quasi 40 ettari di manto alberato in cui sino a un secolo fa daini, donnole, scoiattoli, cervi, puzzole, gatti selvatici e tassi si rincorrevano cullati dall’infinito reiterarsi delle stagioni. Qui, in agro di Manduria, a pochi chilometri dal centro urbano, antiche popolazioni messapiche bivaccavano immerse in una quieta ruralità assieme alle proprie mandrie: lo attesta la presenza di carrarecce, abbeveratoi, e tombe millenarie. E il lupo? Una volta c’era anche lui, certo. E adesso, finalmente, sembra essere tornato. «Non deve stupire», ci dice Francesco Dilauro, rappresentante tarantino del Wwf Italia e storico ambientalista locale, «questi animali razzolano per il nostro territorio da tempo, sfruttando corridoi naturali che collegano la costiera ionica alle alture della Valle d’Itria, sino addirittura all’Abruzzo, agli straordinari colli marsicani che sono il loro habitat d’elezione».

Gli chiediamo se c’è da gioire per la ritrovata familiarità del lupo coi nostri lidi, e Francesco ci spiega che «ovviamente è un fatto importante: ma va precisato che da queste parti non esistono più cinghiali e daini, che sono le loro normali prede, per cui tutti gli esemplari che si spingono quaggiù - probabilmente maschi ripudiati dal branco o femmine con cuccioli da accudire - sono costretti ad attaccare agnelli, pecore e cani per sfamarsi, oppure a razziare cantine e depositi urbani. Questo consolida la visione errata del lupo come nemico dell’uomo, la bestia da combattere, come certa narrazione ha per decenni contribuito a far credere (penso a “Uomini e lupi”, un film del 1957 con la Mangano protagonista, in cui un drappello di lupari ammazza orde di animali cattivi che nella realtà erano importati dalla Siberia). Ma ogni creatura umana occupa il suo posto preciso all’interno del delicato equilibrio naturale e se il lupo è tornato è perché vuole dirci qualcosa. Imbracciare il fucile non è mai la risposta».

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